Seth Berkley: «Un piano unico per vaccinare tutti: solo così ci salveremo dal Coronavirus. Le fake news uccidono» – L’intervista

Il numero uno di GAVI, la partnership per l’immunizzazione finanziata da Bill Gates (e diverse potenze mondiali), racconta a Open gli obiettivi e le difficoltà della lotta contro il Covid-19

Prima c’è stato l’Aids, poi l’Ebola, infine il Covid-19. E in mezzo, alla ricerca di un vaccino per contrastarli, sempre lui: Seth Berkley, 63 anni, epidemiologo di fama internazionale oggi a capo di GAVI, la Vaccine Alliance, partnership pubblica-privata che tiene insieme la Fondazione Bill & Melissa Gates, la Banca Mondiale, l’Oms e l’Unicef. 

Se il sogno del fondatore di Microsoft è trovare un vaccino “democratico” per il Coronavirus entro la fine dell’anno, Berkley è l’uomo che Gates ha scelto (e finanziato) per realizzarlo. Con la stessa tenacia con cui negli anni Novanta, da presidente della International AIDS Vaccine Initiative, chiese all’allora presidente Bill Clinton di fare di più sull’Aids, un mese fa Berkley ha invitato 42 capi di Stato a superare le tentazioni nazionaliste e a concentrarsi su uno sforzo comune per la ricerca del vaccino contro il Covid-19.

L’immunologo, scelto dalla rivista Time tra le 100 persone più influenti del pianeta, risponde via Zoom alle domande di Open dalla sua casa di Ginevra, la città dove ha sede GAVI. 

Che risultati avete ottenuto al Global Vaccine Summit di giugno?

«L’obiettivo del summit era il finanziamento dei nostri progetti per i prossimi 5 anni. Ci eravamo prefissati di raccogliere almeno 7,4 miliardi di dollari e alla fine ne abbiamo ottenuti 8,8 miliardi. Prima della pandemia, gli sforzi di GAVI erano concentrati sul zero-dose children, ovvero sull’immunizzazione dei bambini non vaccinati nel mondo, un numero che arriva al 20% del totale. I vaccini restano il migliore intervento sanitario possibile, eppure ci sono ancora 10.4 milioni di persone che non hanno accesso. Molte vivono al di sotto della soglia minima di povertà e non vengono sottoposte ad alcuna cura medica: noi vogliamo portarli dentro il sistema sanitario.

Nel frattempo però è scoppiato il Covid-19 e quindi abbiamo dovuto costruire la nostra strategia di risposta al virus. La conferenza è stata un momento molto importante in cui abbiamo messo insieme i rappresentanti di 62 Paesi per chiedere di reimpostare la ricerca di un vaccino su un principio di solidarietà e cooperazione. Abbiamo promosso la creazione di un fondo per vaccinare i Paesi in via di Sviluppo che verrà finanziato da tutti i governi, in modo da non creare autostrade privilegiate per la corsa all’immunizzazione.

Stiamo mettendo insieme un gruppo di nazioni per massimizzare il successo della ricerca, arricchendo il portfolio dei vaccini su cui investire: questo impedirebbe ai singoli Stati di avere vaccini da usare solo per la propria popolazione e permetterebbe, al contrario, un piano di immunoprofilassi basato su priorità comuni; cominciando dagli operatori del settore medico per passare ai gruppi ad alto rischio come i malati, e agli anziani. Solo così possiamo puntare ad abbassare il livello medio della pandemia, senza avere pochi Paesi con la maggior parte della popolazione vaccinata e il resto del mondo scoperto: anche perché, in una situazione del genere, il virus continuerebbe a prosperare». 

Potenze come gli Stati Uniti e la Cina hanno rifiutato questo approccio multilaterale alla ricerca, privilegiando quello che è stato chiamato un “nazionalismo dei vaccini”. 

«Stiamo già collaborando con il governo e con alcune imprese cinesi, e lavoriamo con aziende americane. È vero che il governo americano ha detto di voler fare da solo, ma noi speriamo di convincerli a cooperare. Anche l’Unione Europea sta accelerando con uno sforzo individuale, ma da parte loro abbiamo avuto segnali di maggiore collaborazione. Ad aprile, insieme all’OMS, hanno lanciato l’acceleratore ACT (Access to Covid-19 Tools), una piattaforma di cooperazione globale basata su 3 pilastri per la lotta al Coronavirus: diagnosi, medicamenti e vaccino. Lavoriamo insieme per l’ultimo pilastro, con l’obiettivo di avere un gasdotto dove far confluire i vaccini più promettenti e decidere insieme su quali investire». 

Chi decide?

«Non i singoli ma un gruppo di Paesi che tiene dentro gli interessi di tutti. Il nostro obiettivo non è impedire alle nazioni di investire sulla ricerca scientifica, anzi siamo felici che finalmente accada, ma l’impegno per il Coronavirus deve essere globale e coordinato. Dobbiamo capire che nessuno è al sicuro fino a quando non sono tutti al sicuro. 

Se vogliamo ritornare alla normalità del turismo e del commercio, l’unica strada è abbassare il livello medio globale di contagio. Peraltro è così che lavora la scienza: il vaccino contro l’ebola è stato scoperto da un team canadese, preso in carico da una multinazionale americana ed è stato prodotto in Germania. Se pensi che l’America o l’Italia debbano avere il vaccino migliore e prima degli altri, magari sei fortunato e succede, o magari no.  A ogni modo serve a poco».

Quanto il Covid-19 ha cambiato le vostre priorità di ricerca?

«Meno di quello che si può immaginare. Non bisogna fare l’errore di trascurare le altre immunizzazioni mentre si lavora sulla pandemia. Uno studio fatto dalla London School of Tropical Hygiene and Medicine afferma che, se sospendi o rallenti l’immunizzazione di routine a causa della pandemia, per ogni morte da Covid-19 che eviti ce no sono tra le 100  e le 140 sicure, causate da malattie che possono essere contrastate dai vaccini di routine. C’è un lavoro da fare sulla pandemia ma il lavoro extra non può essere in alcun modo sostituito».  

I Coronavirus sono in giro da circa 60 anni e spesso hanno avuto conseguenze letali nei Paesi. Perché non c’è mai stato un vaccino?

«Durante la stagione della Sars c’è stato un importante sforzo per cercare il vaccino ma, passata l’emergenza, è passato anche lo sforzo. Lo stesso è successo con la Mers, dove la vicenda è stata ancora più complicata perché, visto che il virus viene dai cammelli, abbiamo passato molto tempo a interrogarci se fosse meglio vaccinare le persone o i cammelli. Alla fine si è optato per un’immunoprofilassi valida per entrambi, ma anche allora non si è concluso nulla.

Durante un’epidemia il focus è tutto lì ma, una volta finita l’emergenza, si smette di prestare attenzione, di finanziare la ricerca e di ottenere il risultato. È stato così anche con il vaccino per l’Ebola. Sa quante ondate epidemiche ci sono state prima di fare un vaccino? Ventisei. E abbiamo dovuto aspettare quella spaventosa dell’Africa occidentale per vedere finalmente nascere un vaccino». 

Perché stavolta sarà diverso?

«Io spero davvero che lo sarà, ma non se sono sicuro perché tutte le volte che il picco dell’epidemia passa, l’interesse per il vaccino cala. Stavolta stiamo perdendo 375 miliardi di dollari al mese per la crisi. E la previsione per i prossimi 2 anni parla di 9 mila miliardi di dollari in fumo.

Che poi, se ci pensa, continuiamo a investire nel settore militare anche quando non c’è la guerra. La Nato esiste anche in tempo di pace: l’Italia mette i soldi nelle forze armate, gli Usa nei sottomarini – sempre come se dovessero prepararsi alla guerra. Eppure non lo facciamo con le malattie, sebbene possiamo essere certi che quando un’epidemia compare, ritornerà».

Le restrizioni sui viaggi hanno avuto e stanno avendo un impatto sul vostro lavoro?

«A marzo con gli aeroporti chiusi e il trasporto via cargo ridotto dell’80% abbiamo avuto difficoltà nella consegna dei vaccini. Siamo tornati alla normalità ma abbiamo un rallentamento: a volte abbiamo dovuto pagare dei voli speciali per trasportarli. Di sicuro continueranno a esserci delle limitazioni».

In America è in corso un dibattito sulla sperimentazione umana del vaccino, considerata “prematura” e troppo rischiosa: lei cosa ne pensa?

«Tradizionalmente i challenge studies sono il modo più veloce per capire se un vaccino funziona o no: mandi avanti dieci o venti persone e capisci in fretta se sei sulla strada giusta. 

Generalmente questo tipo di sperimentazioni vanno bene quando sei in grado di predire chi si ammalerà o quando hai una cura certa per la malattia.  È un dibattito aperto tra gli eticisti, che dicono che non è giusto farlo, e le persone che invece vogliono farlo per fare un servizio all’umanità: la scienza si muove per priorità».  

Abbiamo visto immagini molto forti provenienti dall’Africa di persone che protestavano perché usate come “cavie” per il vaccino: c’erano cartelloni contro Bill Gates. Come le spiega?

«Le nazioni ricche hanno sviluppato uno scetticismo nei confronti dei vaccini perché non sanno più cosa vuol dire morire a causa di certe malattie. In Europa, come in America, se hai un bambino, ti aspetti che viva e cresca e non certo che muoia nei primi anni di vita. Questo è stato possibile grazie ai vaccini. Viviamo in un contesto in cui i cittadini si sentono lontani dal rischio e, allo stesso tempo, sono immerse nei rumors di chi sparge veleno e disinformazione sulla scienza.

Nel mondo in via di sviluppo la situazione è diversa perché i bambini continuano a morire. Quello che è cambiato è che con i social media la disinformazione si diffonde dappertutto: gli attacchi alla verità, alla scienza e ai governi sono all’ordine del giorno. Il Coronavirus è riuscito nell’impresa di mettere insieme le teorie cospirazioniste di destra, il movimento no-vax e quello contro la scienza. I risultati sono disastrosi».

Un presidente come Donald Trump non aiuta.

«I leader politici che danno indicazioni o dicono cose che non hanno un’evidenza scientifica fanno molti danni, perché le persone perdono fiducia. Tutte queste informazioni diverse e non verificate confondono le persone ed erodono la fiducia negli esperti. È responsabilità anche del giornalismo, che deve informare correttamente i cittadini. E invece abbiamo testate ed emittenti che fomentano la disinformazione: è un problema enorme perché le persone si ammalano e muoiono per questo motivo».

Che obiettivi si è dato per il futuro prossimo?

«Vorremmo avere 2 miliardi di dosi di vaccino entro la fine del 2021, ma innanzitutto dobbiamo capire se il vaccino funzionerà. Spero che ci sarà un finanziamento, una produzione e una distribuzione adeguata e che il movimento no-vax non sarà capace di influenzare negativamente le menti. Sono fiducioso del fatto che quando le persone capiranno che è l’unico modo per tornare a una vita normale, correranno a vaccinarsi.

Mi preoccupa però l’attività dei gruppi che fanno disinformazione. C’è ne è uno in particolare, finanziato dall’intelligence russa per creare rabbia verso i governi occidentali, che opera attraverso i bot: ogni tanto lanciano messaggi pro-vax e altre volte messaggi no-vax. L’obiettivo è fare confusione e distruggere la fiducia nei governi e nella leadership. Dobbiamo essere più forti di loro». 

Nella foto in copertina: Seth Berkley. Elaborazione grafica: Vincenzo Monaco

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