Da giorni un biologo cerca di salvare il capodoglio intrappolato: «Impotenti davanti alla crudeltà umana» – Video

Le ricerche continuano ma le possibilità di sopravvivere per l’animale si riducono di ora in ora

«Siamo in attesa di ritrovarlo ed è terribile», il biologo Carmelo Isgrò ha passato gli ultimi tre giorni a cercare di liberare Furia, il capodoglio di 12 metri rimasto impigliato in una rete da pesca illegale a largo delle isole Eolie da quasi quattro giorni.

«Le sue possibilità di sopravvivere si riducono drasticamente col trascorrere del tempo. Ci stiamo provando ma non è facile. Lavoriamo con i ragazzi della Guardia costiera, sia di Lipari che della Diciotti (che ci hanno scortato per tutta la notte) e del nucleo sommozzatori della Capitaneria di Porto di Napoli», spiega Isgrò a Open.

Intrappolato inizialmente dalla testa alla coda e poi liberato solo in parte dai sub, Furia è l’ennesimo caso in Italia di capodoglio a rischio di morte per reti illegali.

«Nonostante gli sforzi ci sentiamo sempre più impotenti di fronte al dolore di questi animali e di fronte alla crudeltà umana». Il biologo spiega quanto sia difficile arginare pericoli ormai da tempo così diffusi nelle nostre acque.

«Lo abbiamo visto soffrire molto ma non è stato facile liberarlo del tutto dalla rete. C’erano i miei 70 chili contro le sue 15 tonnellate piene di paura e sofferenza». Un tentativo complicato che vede ancora una specie marina «prigioniera a casa sua per colpa di incoscienza e criminalità».

«Quando scende giù in immersione l’animale rimane lì anche per mezz’ora, risalendo non ritorna allo stesso punto ma può ritrovarsi anche a diversi chilometri di lontananza. È per questo che l’abbiamo perso di vista da due giorni. L’arrivo della notte poi non ci ha aiutato».

Non è la prima volta

Le ricerche vanno avanti e la memoria del biologo torna all’episodio del capodoglio Siso, il cetaceo che nel 2017 morì imprigionato dallo stesso tipo di rete che oggi intrappola Furia. Le ossa della carcassa, spinte fino alla spiaggetta isolata di Capo Milazzo, furono raccolte dal biologo, insieme a una grossa quantità di plastica, ed esposte nel Museo del Mare di Milazzo, fondato proprio da Isgrò dopo l’episodio.

«Siso era già morto quando lo recuperai, sapevo che non c’era nulla da fare. Ma ora è diverso. Vedere un animale di questa bellezza e di questa mole soffrire e non poter far nulla di più per poterlo aiutare, perché troppo impaurito, è terrificante».

Le ricerche dell'animale continuano ma le possibilità di sopravvivere alla rete illegale si riducono drasticamente.
OPEN | Nel museo del mare a Milazzo, il biologo e fondatore Carmelo Isgrò accanto ai resti del capodoglio Siso non sopravvissuto a una “rete della morte” nel 2017

Inasprire le leggi per un problema lungo oltre 20 anni

Le cosiddette «spadare», così vengono chiamate le reti illegali, continuano in Italia a minacciare la vita delle specie marine da oltre 20 anni. «Parlarne il più possibile, far conoscere, sensibilizzare attraverso i media, è uno degli aiuti che si può dare, oltre al primario e urgente intervento delle autorità».

Secondo il biologo i riflettori mediatici puntati sul problema possono aiutare il lavoro della Guardia Costiera creando «il dibattito e la cultura del legale, scoraggiando così, si spera, i pescatori all’utilizzo di vere e proprie armi».

È così che anche i social diventano strumento importante per far conoscere il problema. I video di Furia dolorante dentro la rete che lo imprigiona, diffusi sul profilo Facebook del biologo e dalla Guardia Costiera, stanno facendo il giro del mondo.

Gli utenti si uniscono alla condivisione, mentre arrivano appelli di intervento anche da Greenpeace e Wwf. «È ora che la Ministra Teresa Bellanova si attivi per vietare TUTTE le reti derivanti, ed evitare che una falla legislativa copra ancora l’uso di questi strumenti FUORI LEGGE», scrive Greenpeace Italia sulla pagina di Facebook.

«Lanciamo un appello a chiunque si trovi in navigazione nel tratto di mare eoliano e avvisti il capodoglio in difficoltà a segnalarlo immediatamente» interviene Wwf, «il fattore tempo ora è fondamentale per salvarlo».

«Da biologo sono convinto che la comunicazione sia fondamentale per far sì che i problemi non rimangano chiusi all’interno della comunità scientifica, riflette Isgrò. «Se ci riduciamo a far scienza senza permettere a quello che sappiamo e capiamo di scendere in campo sarà tutto fine a sé stesso» conclude mentre le ricerche di Furia non si fermano.

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