Turchia, la figlia di Erdogan sfida il padre sui diritti delle donne: «La Convenzione di Istanbul va difesa»

Sumeyye Erdogan è la vicepresidente dell’organizzazione KADEM impegnata nel contrasto della violenza di genere. Nelle ultime settimane alcuni esponenti del partito del presidente turco hanno chiesto di uscire dalla Convenzione

Il 26 luglio la Polonia ha annunciato l’intenzione di voler uscire dalla Convenzione di Istanbul contro la violenza sulle donne. E ora, a seguire “l’esempio” di Varsavia potrebbe essere la Turchia. Una decisione che arriva dalle frange più conservatrici – e nazionaliste – della politica turca. A luglio il vicepresidente dell’Akp, Numan Kurtulmuş, ha descritto la firma della convenzione come una mossa «sbagliata» e ha suggerito un ritiro della Turchia.


Ma a opporsi alla richiesta di uno dei leader del partito guidato dal presidente Recep Tayyip Erdogan, è arrivata proprio la figlia di quest’ultimo: Sumeyye Erdogan. L’associazione di cui è vicepresidente, «KADEM», ha ricordato l’importanza della Convenzione nella «protezione dei diritti delle donne contro ogni tipo di violenza» e respinto le accuse sulle presunte minacce alla famiglia tradizionale turca che sarebbero contenute nel testo.

Il femminicidio della 27enne Pinar Gultekin

L’organizzazione si è esposta dopo che nelle ultime settimane il dibattito sulla violenza di genere è tornato a essere centrale nella politica turca. Il femminicidio della 27enne Pinar Gultekin, ritrovata nei boschi nel distretto di Mentese nella provincia di Mugla lo scorso 21 luglio, ha riacceso la rabbia delle donne turche che sono scese in strada per protestare. Nel 2019 i femminicidi in Turchia sono stati 474, un record in negativo che mostra una recrudescenza nella violenza contro le donne.

La posizione del presidente Erdogan

Ma tra i sostenitori dell’uscita di Ankara dalla Convenzione che porta proprio il nome della capitale turca sembra esserci lo stesso presidente turco Erdogan, che secondo quanto trapelato da una riunione con il comitato centrale dell’Akp di fine luglio, avrebbe indicato Bulgaria, Ungheria e Croazia come esempi da seguire dopo che i Paesi hanno deciso di ritirarsi dalla Convenzione, preoccupati in tema di diritti Lgbtq+.

Introdotta nel 2011 e ratificata dal parlamento turco nel 2012, la convenzione si rivolge in modo specifico al contrasto della violenza contro le donne e obbliga i Paesi aderenti a prevenire e combattere la violenza di genere, fornendo protezione e servizi adeguati alle vittime e assicurando il perseguimento degli autori.

Foto copertina: EPA/ERDEM SAHIN

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