Bielorussia, l’appello del teatro nazionale, fulcro delle proteste: «Ci sentiamo cittadini europei. Non scordatevi di noi»

Il teatro nazionale Janka Kupala è diventato un simbolo delle proteste dopo che il suo direttore, un ex ambasciatore, si è rifiutato di “consegnare” gli autori di un video-denuncia al regime

Lunedì è stata rapita Maria Kolesnikova, una delle figure chiave dell’opposizione bielorussa, portata in un carcere a Minsk dopo aver rifiutato l’espulsione dal Paese. Il giorno dopo, si sono perse le tracce di Antonina Konovalova, altro membro dell’opposizione. E così ogni giorno si allunga la lista delle persone scomparse e portate via dalle forze leali al presidente Lukashenko. Nonostante questo, non si fermano le proteste.

Anche il 12 settembre a Minsk centinaia di persone sono scese in piazza contro il regime. La manifestazione prevista per oggi, domenica 13 settembre, e battezzata la “Marcia degli eroi” ha ricevuto la benedizione di un’altra leader dell’opposizione, Tsikhanovskaya, in esilio in Lituania. Ma per rimanere al potere il regime prova a mettere a tacere tutte le voci ostili arrestando giornalisti e arrivando perfino a mettere in ginocchio lo storico teatro nazionale Janka Kupala, i cui attori hanno deciso di scioperare dopo il licenziamento del loro direttore.

Dopo la censura, lo sciopero

«Il teatro nazionale è uno dei luoghi storici per la cultura bielorussa. È il palcoscenico del Paese. Abbiamo spettacoli solo nella nostra lingua e non in russo. È stata una decisione molto difficile per noi, ma eravamo tutti uniti. Non possiamo lavorare quando queste brutalità continuano», dice Raman Padaliaka, tra gli attori scioperanti del teatro. Raggiunto al telefono spiega che il teatro è diventato uno dei centri della protesta da quando il suo direttore, il 47enne Pavel Latushko, è stato licenziato.

EPA/TATYANA ZENKOVICH | Un raduno fuori dal teatro, 20 agosto

La colpa di Latushko – in passato anche ambasciatore bielorusso in Polonia, Spagna e Francia – sarebbe quella di aver osato denunciare la repressione portata avanti dal regime. In realtà, come racconta Padaliaka, prima di essere licenziato Latuskho era stato convocato dal ministro della Cultura bielorusso per rispondere di un video fatto da alcuni attori del teatro in cui denunciavo la brutale repressione portata avanti da Lukashenko. Il direttore si era rifiutato di “consegnarli” al regime, e così ha perso il lavoro.

Da metà agosto il teatro non dà più spettacoli. «La maggior parte degli attori sono contro le brutalità e contro le elezioni. Vogliono nuove elezioni con nuovi partiti. Abbiamo anche il supporto dei nuovi registi – racconta Padaliaka -. Nessuno vuole andare a teatro in questa situazione». L’attore racconta amaramente che prima dello sciopero stava lavorando a uno spettacolo ambientato nella Bielorussia degli anni ’20 in cui l’eroe è un uomo «sospeso tra Oriente e Occidente, che non capisce che dovrebbe vivere nel suo paese e trovare la pace nazionale».

Alla domanda del perché non ci sono state manifestazioni su questa scala in passato, visto che Lukashenko è al potere dal 1994, Padaliaka dice che in passato il ministero della Cultura non aveva mai inficiato le loro attività in questo modo. Nonostante la molta tristezza e la preoccupazione per il futuro, le proteste sono state liberatorie. «La sensazione predominante – racconta – è che ci sia stato un risveglio: le persone hanno iniziato a parlarsi, si aiutano a vicenda. Abbiamo vissuto in Paesi diversi prima, ognuno rinchiuso nel proprio appartamento. Adesso non è più così».

Non temete che possa tutto finire con una sconfitta? «Sì certo ma qualcosa è cambiato nelle nostra teste. Abbiamo superato una linea rossa, non possiamo tornare indietro. Ci vorrà molto più tempo, forse 6 mesi, ma spero che succeda. Non puoi spegnere il cervello di milioni di persone. È impossibile». Prima di chiudere chiede di poter rivolgere un appello all’Italia: «Per noi è molto importante ricevere supporto dall’estero. Sono stato chiamato dalla Lituania, dalla Repubblica Ceca e da altri teatri nazionali. Anche noi ci siamo cittadini europei, pensiamo come voi, vogliamo vivere in un mondo libero e vogliamo esprimerci liberamente. Non vi scordate di noi».

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