Test rapidi a scuola, tutti li vogliono ma il governo temporeggia. E intanto un solo raffreddore fa scattare la quarantena

Mentre le famiglie temono di rimanere “ostaggio” dell’influenza stagionale, le Regioni cercano di muoversi autonomamente. Ma dal Ministero ancora non c’è il via libera ai test rapidi. In assenza di linee guida nazionali, domina l’incertezza

C’è grande attesa attorno ai test rapidi sul Coronavirus, visti come una delle soluzioni ideali per evitare la chiusura delle scuole e delle classi in caso di positività di uno studente o di un insegnante. Soprattutto in vista dell’autunno e del ritorno dell’influenza stagionale, i tamponi veloci sarebbero uno strumento fondamentale per distinguere un normale raffreddore dai sintomi del Sars-Cov-2. Intanto, però, sui territori sembra regnare il caos.


Il dibattito è esploso recentemente in relazione alle autocertificazioni necessarie per tornare in classe dopo un’assenza causata da malattie diverse dalla Covid-19. Cosa fare se un bambino si ammala ed è costretto ad assentarsi da scuola?

Secondo quanto si capisce dalle linee guida ministeriali, intrecciate ai decreti ministeriali, in caso di assenza prolungata oltre i tre o cinque giorni (tre per materne e nidi, cinque dalle elementari in su), i genitori devono presentare un certificato del pediatra, attraverso cui si attesti la negatività al Coronavirus. Senza quel foglio “vecchia maniera” (il certificato era stato abolito nel 2018, poi tornato con la pandemia), scatta immediata la quarantena di 14 giorni.

Tutto lineare, se non fosse che l’attesa dei risultati può durare fino a 10 giorni. Per cercare di rendere meno lunghe le tempistiche e per evitare lo stop inutile della didattica, alcune Regioni si stanno muovendo con linee guida parallele.

Qualche giunta, come quelle di Lombardia, Emilia-Romagna, Friuli, Umbria, Marche e Trentino Alto Adige, sta iniziando a cavalcare il patto di co-responsabilità con le famiglie – che già da disposizioni del ministero dell’Istruzione devono occuparsi di non far uscire di casa i figli malati – abolendo la regola del certificato. Ma il vero nodo è quello dei test rapidi.

Il nodo dei test rapidi: le regioni li ordinano e il Ministero prende tempo

Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Lazio, Piemonte e Friuli si sono fin da subito messe all’opera per bandire le gare d’acquisto per i kit dei tamponi rapidi – già in uso negli aeroporti. Due milioni in arrivo per il Veneto, 2 milioni per l’Emilia-Romagna, 1,2 per la Lombardia.

Dal consiglio emiliano confermano la loro intenzione di usarli per la scuola, e lo stesso Giulio Gallera, assessore al Welfare lombardo, ha dichiarato più volte che verranno impiegati soprattutto per il personale scolastico, gli studenti e i lavoratori della sanità.

Dal Ministero, però, non è arrivato ancora il via libera formale: sono ancora in fase di validazione – spiegano – considerando che al momento la sensibilità dei test è all’85%. Ordini inutili, dunque, quelli delle Regioni? O potranno comunque servirsene? La risposta è incerta: «Nessuno denuncerà le giunte per averli usati», dicono, «ma al momento non c’è nessuna linea nazionale in merito». E non continuerà a non esserci prima della prossima settimana.

La questione sembra essere inoltre intrinsecamente legata al nodo della riduzione dei tempi di quarantena, in discussione con il Comitato tecnico scientifico in questi giorni: se si vuole passare dai 14 giorni obbligatori ai 10, allora bisognerà quantomeno ampliare la strategia di screening più di quanto non lo sia già.

Le speranze di medici e pediatri

Anche l’Istituto superiore di Sanità appare cauto nel definire già ora i test rapidi una valida alternativa al tampone. Fortunato D’Ancona, componente dell’Iss, ha spiegato che benché siano «degli strumenti diagnostici molto interessanti» (per rapidità e agilità di attrezzature), al momento non rappresentano delle alternative vere e proprie, dato che la loro capacità di identificare tutti i casi veramente positivi al tampone classico «non è ideale».

D’Ancona, comunque, non esclude che in molte situazioni potrebbero aiutare, «specialmente in presenza di grandi quantità di richieste di diagnosi». Accanto alla paura delle famiglie di rimanere incastrate in periodiche spirali di isolamenti, c’è anche quella dei medici di veder intasati gli studi e gli ambulatori nel periodo di picco influenzale.

«Confidiamo nei test rapidi», aveva detto il presidente della Società italiana di pediatria (Sip) e membro del Cts Alberto Villani. «Attualmente l’unico modo per affermare che la malattia non sia correlata al Sars-CoV-2 è il tampone. Una procedura che potrebbe richiedere anche 10 giorni».

«Sento di un genitore messo in quarantena in attesa della risposta del tampone di suo figlio di quattro anni con la febbre», scrive su Facebook Massimo Galli, il direttore del reparto Malattie infettive al Sacco di Milano. «Tempo previsto per l’esito: sette giorni. O partiamo con i tamponi rapidi o rischiamo che tutto di nuovo si blocchi per infezioni banali che non sono Covid».

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