Coronavirus, «Ho paura di andare al macello». Il medico di base obbligato a fare il tampone ai pazienti

Grazie a un accordo tra governo e un unico sindacato i medici sono obbligati a fare i tamponi, ma quali sono i rischi? Tanti e per tutti

Il 28 ottobre il ministro della Salute Roberto Speranza annunciava via Facebook l’accordo siglato con i medici di famiglia e pediatri per effettuare, presso i loro ambulatori o altre sedi, i tamponi rapidi Covid19. Una notizia che non è piaciuta a molti e che potrebbe creare ulteriori problemi come le «rivolte dei condomini», annunciate dal Presidente dell’Ordine dei Medici di Milano Roberto Carlo Rossi, dove risiedono gli ambulatori di molti medici.


I medici non saranno obbligati ad effettuare i tamponi nei loro ambulatori, potrebbero prestare tale servizio altrove in strutture pubbliche, ma questa decisione rischia di diventare un autogol in termini psicologici e di tutela sanitaria nel territorio.

Oggi alcuni medici sono «smart», interagiscono con i loro pazienti tramite Whatsapp con un numero dedicato dove gli stessi possono ricevere aggiornamenti in tempo reale sulla situazione sanitaria locale. Attraverso l’applicazione è possibile pubblicare delle stories, come su Instagram, dove uno dei medici di base – seguito da Open e che al momento chiede l’anonimato – riporta la sua rabbia e le sue paure di fronte a questo obbligo imposto dal Ministero della Salute in accordo con un sindacato di cui non fa parte.

Dalle stories Whatsapp del medico di base seguito da Open.

«Buonasera a tutti. Forse ne avete sentito parlare al telegiornale, ma dopo mesi di pandemia, sono stati trovati i veri responsabili di tutto questo caos: i Medici di Famiglia», esordisce il medico che rincara: «E lo Stato, per punirci, ha deciso di OBBLIGARCI ad effettuare i tamponi ai pazienti sospetti Covid». Un’attività che veniva effettuata da personale infermieristico addestrato, al contrario dei medici di famiglia.

Parla di un obbligo, un’imposizione, generato da un accordo fatto grazie a un sindacato che rappresenta il circa 63% dei medici di famiglia, la Federazione dei medici di medicina generale -Fimmg, insieme a Intesa Sindacale (Cisl Medici – Fp Cgil Medici – Simet – Sumai). Un’imposizione contestata dalle altre sigle, come Snami, che chiedono al segretario di Fimmg a ripensarci e ritirare la firma.

Dalle stories Whatsapp del medico di base seguito da Open.

I medici possono scegliere soltanto tre opzioni di fronte a questa decisione: aderire, delegare altri medici o non aderire perché a rischio per patologie che configurano fragilità. Nella stories Whatsapp il medico si lamenta di non avere scelta, non avendo patologie e non potendo delegare, deve per forza aderire senza nascondere i suoi timori che condivide con i suoi pazienti: «Non vi nascondo che da ieri ho paura: paura di andare al macello, di prendermi in faccia un bel colpo di tosse o uno starnuto mentre faccio un tampone e non tornare a casa per non infettare mia moglie e mia figlia».

Durante il test del tampone bisogna resistere, il «solletico» o fastidio che si prova in quel momento potrebbe indurre il sospetto Covid19 a tossire o starnutire addosso a chi effettua il test. Certo, l’operatore sanitario è debitamente protetto con camici, guanti, mascherine e visiere protettive, ma l’esposizione è comunque presente e se viene effettuato il tutto all’interno di un luogo chiuso e non arieggiato rischia di creare un ambiente contagioso dove è possibile infettarsi. Non a caso si preferiscono i drive-test con le proprie auto, dove i sottoposti al test rimangono nel loro abitacolo. Il rischio, dunque, riguarda sia i medici che i cittadini non positivi che rischiano di diventarlo.

Dalle stories Whatsapp del medico di base seguito da Open.

«Se un giorno sentirete che il vostro medico di famiglia si è ammalato di Covid facendo i tamponi, saprete con chi dovrete prendervela», scrive ancora ai pazienti il medico nelle sue stories Whatsapp. Un rischio reale, dove un numero massimo di 1500 pazienti seguiti potrebbero ritrovarsi con un sostituto sempre se disponibile e non positivo. Il rischio di implosione del sistema sanitario retto dai medici di famiglia è reale, mettendo in difficoltà i pazienti non Covid19. Se mancheranno i medici di famiglia chi se ne prenderà carico? Il 118 e gli ospedali?

Il personale ospedaliero è stremato, nella sola zona di Monza – una delle città maggiormente colpite dalla seconda ondata del virus – oltre 300 medici e infermieri sono risultati positivi al virus mettendo – non per colpa loro – in difficoltà degli ospedali che stanno affrontando l’emergenza Covid19. Personale preparato e abituato a situazioni delicate, non come i medici di famiglia che in alcuni casi vengono colpevolizzati nel mandare i propri pazienti al 118 anziché seguirli personalmente. Molte sono le variabili, le difficoltà sono diverse e addossare le colpe generalizzate a uno o agli altri non aiuta soprattutto se da entrambe le parti ci sono persone che tornano a casa la sera esauste, oltre che arrabbiate per come vengono trattate da colleghi e cittadini senza contare i negazionisti.

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