«Costretta a letto dalla malattia, sono rinata grazie alla Dad»: gli universitari che si battono per la didattica a distanza

Sono giovani fragili e lavoratori finora esclusi dal diritto allo studio. Non vogliono che, finita l’emergenza, si torni indietro. E hanno un’idea da suggerire alle istituzioni

«La didattica a distanza mi ha ridato fiducia nel futuro. Spero che tutto questo non finisca con l’emergenza Coronavirus». Gabriella Frangini ha 25 anni e vive nella provincia di Livorno. È affetta da una malattia degenerativa che due anni fa l’ha costretta a rimanere a letto. Dopo il diploma, nel 2014, le difficoltà familiari e le incertezze sulla sua salute l’hanno costretta a interrompere il percorso di studi. Quando pensava che ormai fosse troppo tardi per rimettersi sui libri, il ricorso alla Dad le ha dato il coraggio di riprovarci.


A settembre 2020, dopo sei anni di difficoltà pratiche e no, si iscrive all’Università di Sassari, dove la Dad è garantita e c’è un buon corso di Mediazione linguistica. Gabriella non vuole lasciarsi scoraggiare ulteriormente dalla disabilità, ed è intenzionata a giocarsi tutte le sue carte per lavorare nel giornalismo e nell’editoria. In primis, però, vuole farlo per «ritrovare un obiettivo», che da anni ormai le manca. Ma l’entusiasmo dura poco. Quando chiede al vecchio rettore certezze sulla riconferma dell’opzione della didattica da remoto, l’Università le dice chiaramente che non è in programma nulla dopo la pandemia. Per legge, infatti, non sono obbligati a farlo. Molto probabilmente, le scrive l’ex rettore, finita l’emergenza si ritornerà a pieno regime sui banchi.

«Per me riuscire a continuare non è un vezzo», dice Gabriella. «Significa tutto. Seguendo i corsi, ho trovato amici, compagni, stimoli che non pensavo più di poter avere. A 25 anni mi sentivo già in ritardo su tutto. Non vedevo nessuna strada percorribile davanti a me». Non è giusto, dice Gabriella, che il diritto allo studio le sia negato o che le sia offerto a singhiozzi tra un Dpcm e l’altro. «Sarebbe stato meglio avere la sicurezza di poter andare avanti, almeno per un anno – dice – ma così il rischio è che già a marzo salti tutto».

Come lei ci sono altri studenti e studentesse nelle stesse condizioni, o che per motivi diversi sono stati costretti a interrompere i loro percorsi e a rinunciare alla formazione: malati gravi o non udenti (che nelle lezioni sottotitolate potrebbero trovare la svolta), giovani lavoratori, genitori soli, pendolari che non riescono a starci dentro con i tempi.

Il progetto Universitari per la Dad

La possibilità di seguire i corsi anche da remoto (senza dover ricorrere alle università telematiche, che spesso non hanno tutta la scelta degli Atenei classici) sta diventando sempre di più la battaglia per la rivendicazione di un diritto. Tra chi si sta muovendo c’è Irene Lugano, una lavoratrice full time. Dieci anni fa si era iscritta al Dams di Torino, ma aveva dovuto lasciare perché non c’erano più le condizioni economiche necessarie. L’introduzione della Dad è stata una svolta per gli esami, non dovendo chiedere il permesso per un’intera giornata – che i datori di lavoro spesso sono restii a concedere -, ma solo per un’ora.

Insieme ad altri tre colleghi dell’Università di Torino, ha iniziato a raccogliere le testimonianze di chi vorrebbe avere la possibilità, anche dopo l’emergenza, di proseguire negli studi grazie ai progressi della tecnologia. Pian piano il progetto si è esteso a tutta Italia – grazie anche a un gruppo Facebook – e ora stanno per mandare una lettera ai rettori di tutti gli Atenei del Paese, a Giuseppe Conte e al ministro dell’Università e della Ricerca Gaetano Manfredi. Inoltre hanno lanciato una petizione su Change.org e hanno lanciato un sondaggio tra chi non è iscritto all’Università per capire in quanti lo farebbero se potessero seguire online.

L’indagine non è ancora stata chiusa ma, a fronte anche dell’inaspettato boom di iscrizioni alle lauree triennali, la Dad potrebbe aver giocato un ruolo importante. Stando ai dati provvisori raccolti dal Ministero dell’Istruzione lo scorso ottobre, le nuove immatricolazioni alle lauree triennali sono cresciute del +5% rispetto all’a.a. 2019/2020. Iscrizioni provvisorie, appunto, alle quali potrebbero aggiungersi quelle di chi ha aspettato gennaio. Come testimoniato dall’Andisu Toscana, l’ente che ha stilato un report sulle borse di studio, in tutta Italia si è assistito a un incremento delle richieste 5,8%.

Non ci sono ancora dati definitivi sulle magistrali, che, spiega a Open il presidente Andisu Luigi Filice, «sono condizionati dalla possibilità di iscriversi in corsa durante l’anno». Ma le testimonianze sono molte. «Ci sono tantissime persone che restano escluse dalla didattica in presenza e che con l’emergenza stanno trovando voce», spiega Ilenia. «In molti tra i nuovi iscritti ci hanno detto che, se non ci fosse più questa opzione, sarebbero costretti a fare un passo indietro».

Nella battaglia tra sì-Dad e no-Dad, il rischio è quello di dimenticarsi – come già accaduto per la riapertura dei posti di lavoro – dei cittadini cosiddetti fragili. Per chi ha gravi malattie, come anche l’immunodepressione, ritrovarsi sui mezzi affollati e in aule sovraccariche era già un problema prima della pandemia – figurarsi ora. Ma affinché funzioni davvero c’è bisogno di investire sulle tecnologie e sulla banda larga in tutto il territorio nazionale: «Bisognerebbe finanziare il progetto di una piattaforma univoca per tutte le Università – dice Irene – e dare a tutti gli studenti la possibilità di avere una connessione adeguata. Noi stiamo lavorando alla nostra proposta. Contiamo di averla terminata entro gennaio».

Immagine di copertina: Mohammad Shahhosseini per Unsplash

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