Inizia in Calabria il maxiprocesso contro la ‘ndrangheta. Alla sbarra 325 imputati con 400 capi d’accusa

di Redazione

Nel mirino degli inquirenti i legami con i colletti bianchi e la massoneria deviata. Vietate alle televisioni le riprese delle udienze

È iniziato il 13 gennaio, nella nuova aula bunker appositamente realizzata nell’area industriale di Lamezia Terme, il maxiprocesso contro la ‘ndrangheta Rinascita-Scott, nato dalle indagini della procura distrettuale antimafia di Catanzaro guidata da Nicola Gratteri. Alla sbarra i clan della provincia di Vibo Valentia e i loro legami con ambienti politici, istituzionali e della massoneria deviata. Si tratta della più grande operazione contro il crimine organizzato mai condotta in Italia dopo il maxiprocesso di Palermo contro Cosa Nostra, istruito da Giovanni Falcone e Paolo Borsellino


Gli imputati sono 325 e dovranno rispondere di circa 400 capi d’accusa, dall’associazione mafiosa alla detenzione di armi, dall’usura al narcotraffico. A loro si aggiungeranno altre quattro persone già a processo con rito immediato, compreso l’avvocato Giancarlo Pittelli, ex parlamentare ed ex coordinatore regionale di Forza Italia, in carcere per 10 mesi. Per altri 91 imputati il rito abbreviato inizierà il 27 gennaio. Cinque i testimoni di giustizia chiamati a deporre, 58 i “pentiti” appartenenti alla ‘ndrangheta, ma anche a Cosa Nostra e alla malavita pugliese. Le parti offese individuate dalla procura sono 224, ma meno di 30 si sono costituite parti civili e fra loro figurano diversi Comuni del Vibonese. Circa 600 gli avvocati impegnati nel collegio di difesa degli imputati.


Il processo si svolge alla presenza di inviati della stampa nazionale ed estera, ma le riprese audio-video delle udienze, che si terranno ogni giorno tranne il fine settimana, per il momento non sono state autorizzate a causa delle restrizioni anti-Coronavirus. Un provvedimento che ha provocato la dura reazione della Federazione nazionale della stampa (Fnsi) e dell’Usigrai, che hanno parlato di «decisione inaccettabile» da parte dei giudici, che tuttavia sono destinati a cambiare. Il procuratore Gratteri, prima di entrare nell’aula bunker, ha dichiarato:

Questo luogo è un simbolo di tecnologia e legalità. Rispetta le norme anti-Covid con mille persone sedute a distanza di sicurezza e consente di fare 150 collegamenti video in diretta. È importante che il processo si celebri in Calabria, è un segnale per la gente che può capire che si può fidare di noi. E negli ultimi anni c’è stato un grande avvicinamento, tante persone hanno scelto di denunciare.

L’inchiesta Rinascita-Scott è diventata di dominio pubblico con il blitz condotto dall’Arma dei carabinieri il 19 dicembre 2019, quando in tutta Italia sono scattati centinaia di arresti. L’operazione sarebbe dovuta partire il giorno successivo ma la ‘ndrangheta aveva scoperto la data prescelta dagli inquirenti: come lo stesso Gratteri ha raccontato, si decise quindi di anticipare tutto di 24 ore. Nel mirino ci sono soprattutto i Mancuso di Limbadi, paesino di 3.340 abitanti in provincia di Vibo Valentia e terra d’origine di uno dei più pericolosi clan della ‘ndrangheta. L’attuale capo è Luigi, fra i principali imputati al processo, capace secondo la procura di gestire i contatti con la politica, le istituzioni e la pubblica amministrazione ma anche di accaparrarsi gli appalti e attivare canali riservati per “aggiustare” sentenze e processi. A consigliarlo, sempre secondo l’accusa, sarebbe stato proprio l’avvocato Pittelli, da lui regolarmente consultato.

Ma l’inchiesta Rinascita-Scott non si limita ai Mancuso. Coinvolge infatti gli affari sporchi di una ventina di “locali” di ‘ndrangheta che dalla provincia di Vibo Valentia avevano ramificazioni in tutta Italia, dalla Sicilia alla Lombardia, e di cui sono stati ricostruiti delitti e organigrammi. Vecchi omicidi, estorsioni, traffici illeciti e soprattutto relazioni con i colletti bianchi. Funzionari pubblici, avvocati, commercialisti e persino uomini delle forze dell’ordine finiti al servizio dell’organizzazione, spesso dopo essere stati “avvicinati” tramite logge massoniche coperte. Perché, come ha spiegato Gratteri, ‘ndrangheta e massoneria interagiscono tra loro «in una logica di mutuo soccorso, in una perfetta sinergia si toccano, si parlano e fanno affari per interessi. Una aiuta l’altra mettendo a disposizione il suo know how, la sua rete di rapporti e una serie di strumenti che si completano». Proprio queste relazioni esterne «portano la mafia lontano dai suoi territori d’origine, e rappresentano il capitale sociale che fa crescere l’organizzazione».

Video: Ansa Video

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