Crisi di governo, allarme nella maggioranza. I responsabili sono meno del previsto: al Senato la conta si ferma a 155

Lo stallo porta i membri della maggioranza a valutare ogni singolo scenario. Ecco le riflessioni, i contraccolpi e l’ultima spiaggia che non dispiacerebbe né a Conte né a Zingaretti: il ritorno alle urne

Si è tenuto anche un Consiglio dei ministri straordinario nelle ore convulse del 18 gennaio. Riunitosi alla Camera, ha approvato la questione di fiducia sulla risoluzione del presidente del Consiglio Giuseppe Conte. Il tema che ha tenuto banco durante la riunione, però, è sempre lo stesso: ci sono o no i responsabili, quelli che oggi il premier ha preferito chiamare volenterosi? Come uno dei partecipanti ammette, è confermato che il conteggio dei senatori non fa sorridere il governo. Ad oggi, il numero non è sufficiente a garantire una «maggioranza stabile». Includendo i senatori a vita, Palazzo Madama può supportare l’esecutivo con un numero di voti che oscilla tra i 153 e i 155. «I responsabili sono meno di quanti ce ne aspettavamo».


La soglia dei 161 è lontana

La soglia dei 161, non necessaria per la fiducia ma essenziale per la stabilità, è lontana. Sia nel Consiglio dei ministri che nelle segreterie dei diversi partiti, si iniziano a valutare ipotesi alternative. Perché, dichiara una fonte del centrosinistra vicina al governo, «non si regge un Paese con questi numeri». Il problema delle cifre, in realtà, non riguarda soltanto la votazione a Palazzo Madama. «Rischiamo di andare in minoranza anche nelle Commissioni». Luigi Marattin, di Italia viva, è il presidente della Commissione finanze alla Camera. Raffaella Paita, sempre renziana, è la presidente della Commissione trasporti alla Camera. E le Commissioni restano in carica due anni e mezzo.

Il peso di Italia viva in questa legislatura è un problema che ammette poche soluzioni. Un esponente dei 5 Stelle, raggiunto al telefono durante le dichiarazioni di voto alla Camera, sostiene che sono due gli scenari valutati al momento: «O si riaprono le porte a Italia viva, o Conte deve rassegnare le dimissioni, facendo riaprire un nuovo tavolo di maggioranza, o con lui o senza di lui a Palazzo Chigi». Le criticità, tuttavia, si avviluppano a cascata. Perché una riapertura a Matteo Renzi, per il Movimento 5 stelle, vorrebbe dire «fare una figura di m****», senza escludere che un dietrofront di queste dimensioni causerebbe una spaccatura interna: «Il Movimento non reggerebbe, la corrente dibattistiana è stata molto chiara sul ritorno di Renzi in maggioranza».

Un rimpasto sostanziale

L’ipotesi che lascia trapelare l’esponente del centrosinistra, a Consiglio dei ministri concluso, riguarda un rimpasto sostanziale del governo, che potrebbe avvenire solo dopo le dimissioni di Conte. Ed è anche lo scenario che più lo preoccupa a livello personale: «Se cade il governo bisogna ricostruire tutto, con le deleghe dei ministeri, i sottosegretari, i capi di gabinetto: impossibile fare un rimpasto aggressivo in una settimana e con la pandemia in corso». Il rimpasto è troppo complicato, nessuno dei ministri al momento sarebbe intenzionato a dimettersi. Allora la strada auspicata, «ma strettissima», resta soltanto quella di un «Conte due bis», con la copertura dei ministeri vacanti, «qualche innesto e qualche premio ai “costruttori” che passano con noi».

A proposito di ricompense, l’Udc è un capitolo chiuso: si tornerà a interloquire con Cesa dopo mercoledì, «perché al momento è impensabile dargli il ministero della Famiglia». Da Riccardo Nencini, che tutti annoverano tra i responsabili, non è arrivata nessuna richiesta, «ma si vociferava di premiarlo comunque in qualche modo, magari facendolo viceministro o sottosegretario agli Esteri», dice il 5 Stelle. Resta il fatto che l’esecutivo, entro domani, non dovrebbe riuscire a convincere qualche altro senatore a sostenere la maggioranza. Ma tanto il ritorno di Renzi quanto le dimissioni di Conte sono soluzioni dai contraccolpi micidiali per il governo. Sia al Pd che ai 5 Stelle non resta che guadagnare tempo: il primo passo è ottenere la fiducia al Senato, anche con una maggioranza risicata. Da mercoledì 20 gennaio, poi, entrerà nel vivo il gioco delle poltrone.

L’ipotesi meno probabile: il ritorno alle urne

Sullo sfondo, l’ipotesi meno probabile ma comunque valutata al vetriolo dai membri del governo. Il ritorno alle urne, «scenario lontanissimo, ma che converrebbe sia a Conte che a Zingaretti. Il primo capitalizzerebbe il consenso o come capo politico dei 5 Stelle o come leader di un nuovo soggetto politico. Zingaretti avrebbe l’opportunità di rifare da zero i gruppi parlamentari, liberandosi di Italia viva». A quel punto, però, il problema sarebbe spiegare al Paese perché, con la pandemia incalzante, Conte e le forze di maggioranza non siano riuscite a trovare un compromesso per far proseguire la legislatura. Stasera gli esponenti di Pd e 5 stelle andranno a dormire con una sola certezza: l’assenza di un numero congruo di responsabili. «Ma la politica si fa anche in un’ora – taglia corto la fonte grillina -. Siamo nella fase in cui “le sciabole stanno appese ed i foderi combattono”».

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