Just Eat assume i primi rider, ma è già polemica: «Pochi 7,50 euro all’ora: l’accordo ancora non c’è». Cosa prevede il contratto

La battaglia è appena cominciata, la trattativa è ancora in corso ma ci sono già i primi malumori. Se da una parte il contratto di lavoro subordinato garantirà maggiori tutele (specialmente per i migranti), dall’altra tanti sono i dubbi sulla retribuzione oraria

L’annuncio di Just Eat di iniziare ad assumere i suoi circa mille rider non è bastato per portare la pace tra l’azienda e i rappresentanti dei fattorini. Diverse fonti sindacali confermano a Open che «la trattativa, in realtà, è ancora in corso» e che l’accordo raggiunto non ha soddisfatto quasi nessuno. Anzi, in molti si sono detti «spiazzati» dal comunicato diramato da Just Eat subito dopo la riunione coi sindacati del 4 febbraio: «Una paga base oraria di 7,50 euro lordi è davvero troppo poco. Almeno 9. Su questo ci batteremo. Nessuna trattativa al ribasso», ci spiegano. Sembra, infatti, che Just Eat «non voglia applicare il contratto nazionale della logistica e dei trasporti perché giudicato troppo oneroso».


Al momento si sa solo che Just Eat garantirà un compenso orario del valore medio di circa 9 euro. Un «valore indicativo che si ottiene applicando una paga base di 7,50 euro all’ora, indipendentemente dalle consegne effettuate», si legge sul comunicato ufficiale. A questo si aggiungeranno dei bonus legati al numero di consegne. «Non possiamo scendere a 7,50 euro all’ora, allo stato attuale se ne possono guadagnare anche 15 all’ora, sempre lordi, nel weekend in fascia alta. Certo, ci sono anche giorni in cui si fanno appena 7 euro in 2 ore», spiegano da Deliverance Milano.

«Più permessi di soggiorno ai rider migranti»

Ma ci sono anche tanti aspetti positivi che non possono essere trascurati. Da tempo in Italia si cerca (invano) di assicurare tutele ai rider, lavoratori che non si sono mai fermati, nemmeno durante la pandemia da Coronavirus. E per questo tra i lavoratori più a rischio, da molti giudicati schiavi della Gig economy. Con questo contratto – e questo è inconfutabile – si restituisce (o per lo meno si tenta di restituire) dignità a una categoria di lavoratori bistrattati: «Senza un contratto, se ci rompiamo un piede non lavoriamo e non guadagniamo. Con questo nuovo contratto, invece, dovremmo avere tutte le tutele del lavoratore subordinato». Dunque dalla malattia (pagata) alle ferie, dal Tfr alla paga oraria garantita, dall’indennità per lavoro notturno e festivi alla maternità/paternità.

Senza considerare, poi, che per i rider migranti, che nelle grandi città «sono una parte importante della flotta», siamo davanti a una vera e propria svolta: «Così possiamo avere più facilmente un permesso di soggiorno. Oggi non è affatto semplice, richiede tempi molto lunghi», ci dice un rider, originario della Nigeria, che vive e lavora a Milano. «Un avanzamento in più, prima erano senza alcuna tutela e con la partita Iva facevano fatica ad ottenere il rinnovo del permesso di soggiorno. Dovevano fatturare almeno 6mila euro», aggiungono da Deliverance Milano.

Mille rider da assumere nei prossimi mesi

Just Eat ha fatto sapere che assumerà oltre mille rider in due mesi, a partire da marzo, con contratti di lavoro subordinato. Si comincerà da Monza, in Lombardia, ma l’obiettivo è arrivare a 23 città italiane nel più breve tempo possibile. A Milano sorgerà il primo hub dove i rider potranno ritirare e utilizzare i mezzi sostenibili come scooter elettrici ed e-bike. I contratti di lavoro dipendente saranno full time (40 ore alla settimana), part-time (variabile in base alla città e ai volumi di ordini previsti) e a chiamata.

La prossima riunione è prevista per il 18 febbraio: la battaglia sembra essere appena cominciata. Ma Just Eat sembra esserne consapevole: «Attualmente è in corso un confronto con le organizzazioni sindacali in merito all’individuazione di una disciplina collettiva che possa, con gli opportuni adattamenti e in aggiunta alle regole legali, regolare questa forma di lavoro», precisano dall’azienda.

Foto in copertina di repertorio: ANSA/LUCA ZENNARO

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