Danni collaterali – L’impatto del Covid sui più fragili: «Le mamme hanno sulle spalle il carico della pandemia» – L’intervista

Anche il Coronavirus è una questione di genere che evidenzia la disparità ancora presente con gli uomini

Un mondo in cui uomini e donne godano degli stessi diritti e abbiano le stesse opportunità è auspicabile, ma ancora distante dalla realtà. La pandemia, poi, ha contribuito a spostare quel traguardo ancora più lontano. Tra i vari effetti del Coronavirus, tralasciando gli aspetti sanitari, c’è quello di aver esasperato le disuguaglianze e impattato sulle fasce di popolazione considerate più fragili. Così come per gli abitanti dei quartieri periferici, per le persone di origine straniera, per i meno abbienti, per i giovani, gli studenti e i lavoratori precari, il Sars-CoV-2 è stato un carburante per le disuguaglianze di genere. Le donne, durante e dopo la crisi sanitaria, soffrono e soffriranno più degli uomini i contraccolpi della pandemia.


Marta Berti, operatrice della rete Giambellino, segue da vicino la questione. Anche grazie all’azione di Qubì di Fondazione Cariplo, è riuscita a entrare in contatto e a accompagnare nel tempo le donne del quartiere che beneficiano dei corsi di italiano, degli spazi mamma-bambino e dei fondi di comunità. «È vero che ci sono stati dei cambiamenti nella società rispetto a qualche anno fa, ma il ruolo delle donne, e in particolare la figura della mamma, resta centrale nell’equilibrio della famiglia», premette. «Alla mamma è affidato il ruolo di cura, della gestione dei figli: la sua posizione è fragile perché, in una situazione di estrema difficoltà, ha dovuto reinventare la propria quotidianità per farsi carico dei problemi di tutto il nucleo famigliare».

Le donne, per questa crisi sanitaria, economica e sociale, non ne hanno subito le conseguenze solo in quanto madri, parafulmini nella maggior parte dei casi dei problemi derivanti dalla chiusura delle scuole e della gestione dei figli a casa. Ma anche perché, spesso, occupate nei settori economici più indeboliti dalla pandemia: secondo i dati di Unioncamere, tra gli asset con un tasso di femminilizzazione superiore alla media generale sono i servizi alla persona, l’assistenza sociale, il tessile e l’abbigliamento, la ristorazione, il turismo, il commercio, la cultura e l’intrattenimento. La signora Rosa, che ha ricevuto l’aiuto della rete Giambellino, ne è un esempio: di origine pugliese, vive a Milano ormai da 40 anni. Si prende cura, da sola, della figlia di 11 anni e si guadagna da vivere lavorando come badante.

«Prima c’erano alcune persone che mi chiamavano per fare dei lavori domestici, stirare i vestiti, pulire casa – racconta a Open -. Riuscivo a racimolare qualche decina di euro in più». Adesso, le sono rimaste tre ore lavorative giornaliere «per assistere un nonnino di 97 anni». Sulla sua busta paga dell’ultimo mese, alla voce delle entrate nette, è riportata la cifra di 191 euro. Il fenomeno della disoccupazione innescata dal Covid è una questione prettamente femminile: stando agli ultimi dati forniti dall’Istat, gli occupati lo scorso dicembre sono diminuiti di 101mila unità. Di questi, 99 mila sono donne. Anche estendendo l’arco temporale di analisi a tutto il 2020 la sproporzione pende a svantaggio del lavoro femminile: dei 444 mila occupati in meno registrati in Italia, il 70% è costituito da donne.

Chi il lavoro è riuscita a mantenerlo, ad esempio in smart working, ha sofferto più degli uomini una sovrapposizione tra impieghi domestici e attività occupazionali proprio per l’incrostazione dei retaggi culturali che attribuiscono ancora oggi alle donne le mansioni di cura della famiglia e gestione della casa. E c’è ancora un altro dato che inquadra la peculiarità della condizione femminile durante il Coronavirus. Secondo l’ultimo rapporto della Caritas sulla povertà, l’identikit dell’utente che si è rivolto con più frequenza agli sportelli dell’associazione nel 2020 è quello di donna, madre, con due figli. In generale, le donne che hanno bussato alla porta della Caritas nell’ultimo anno sono state il 54,5% degli utenti totali, a fronte del 50,5% del 2019.

L’essere costrette in casa a causa delle restrizioni della mobilità, infine, aggiunge alla già fragile condizione femminile l’ennesimo danno collaterale della pandemia: la violenza di genere. Durante il primo, duro lockdown della primavera 2020, le telefonate al 1522, numero anti-violenza e stalking del Dipartimento per le Pari opportunità, sono aumentate del 73% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente. Esattamente 5.031 telefonate di aiuto e ritenute valide nel mese e mezzo intercorso tra il primo marzo e il 16 aprile. «Il 45,3% delle vittime ha avuto paura per la propria incolumità o di morire; il 72,8% non ha denunciato subito il reato. Nel 93,4% dei casi, la violenza si è consumata tra le mura domestiche, nel 64,1% sono stati riportati anche casi di violenza assistita».

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