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Danni collaterali – In periferia la parola d’ordine è resilienza: «Il vero ghetto è nel centro città»

La cosiddetta popolazione fragile, spesso dimenticata dalle istituzioni, ha sviluppato una certa resistenza alle criticità. Persino la pandemia non fa paura agli abitanti del Giambellino di Milano

Le città nelle città, gli isolati nei quartieri, i blocchi, le direttrici, le linee del tram. Ci sono mille modi per dividere i territori in zone e ognuno di questi ne mostra i dettagli, non la complessità. Le narrazioni dei luoghi come scompartimenti stagni ignorano la realtà composita che ribolle, soprattutto nelle periferie di una città come Milano, calamita di persone che provengono da ogni dove. Giambellino è un crogiuolo di storie, spesso difficili, ma che incrociandosi danno un senso alla parola comunità: «Questo quartiere non è un ghetto. Giambellino è un luogo dove stare bene insieme, il ghetto lo vedo nel centro di Milano, dove ognuno vive rinchiuso nella sua bella casa», afferma Luca Sansone, operatore sociale della rete Giambellino e coordinatore del progetto Qubì contro la povertà minorile.


Luca è seduto su una panchina del cortile sul retro del centro di aggregazione giovanile Cde Creta che da anni cerca di offrire più opportunità ai ragazzi che vivono nelle case popolari, spesso fatiscenti e al cui interno è difficile studiare: fanno troppo rumore i problemi degli adulti. Anche se qui, nel Giambellino, i giovani imparano presto a comportarsi da grandi. «Siamo in quartiere popolare: i disagi dei genitori pesano sui figli – spiega con lucidità Ilaria, che qui è nata e cresciuta -. Con la pandemia, i problemi si sono aggravati e quindi anche le difficoltà dei ragazzi».

In tanti, nella zona, hanno perso il lavoro a causa del Coronavirus. E ciò rischia di strappare ulteriormente un tessuto sociale già fragile. Ma Luca e Ilaria sono convinti di una cosa: «In un quartiere così, le dinamiche difficili ci sono sempre state, la forza per rialzarti ce l’hai nel sangue», dice la ventenne. «Un quartiere popolare è un quartiere dove le famiglie fanno fatica, già da prima della pandemia: loro sono più capaci a gestire situazioni complesse». Una popolazione fragile che Suor Anna Maria Villa conosce bene: una cappuccina con due lauree – in Pediatria e Psicologia – e un master in Economia, da anni medico responsabile di Opera San Francesco.

Perché è vero, la resilienza è un’attitudine comune tra chi è cresciuto in contesti complicati. Ma è altrettanto vero che, senza l’aiuto del poliambulatorio che Suor Anna Maria dirige, molte persone non riceverebbero le cure necessarie a vivere in salute. Ogni mattina, a Gambara, periferia Ovest di Milano, lungo il marciapiede di via Antonello da Messina si snoda una fila di pazienti che aspettano di essere ricevuti da medici, infermieri e psicologi, in gran parte volontari, che operano nella struttura ricavata ristrutturando celle e sale comuni del convento dei frati cappuccini.

«Nei nostri database, dal 2005 a oggi, abbiamo registrato oltre 85mila cartelle cliniche di persone provenienti da 134 Nazioni diverse», racconta Suor Anna Maria. «Il Coronavirus ha messo in evidenza alcune problematiche che prima potevano non essere osservate. Le persone che venivano qua per un bisogno puntuale, durante la pandemia hanno palesato un bisogno più profondo, ad esempio situazioni abitative, igienico-sanitarie, economiche non più sostenibili».

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