In Groenlandia gli ambientalisti vincono le elezioni e fermano lo sfruttamento dei giacimenti. Ma la corsa all’Artico prosegue

Il partito Inuit ha incentrato la sua campagna elettorale sullo stop a un progetto di una multinazionale australiana per l’estrazione di terre rare

Per la seconda volta, dopo quella del 2009, il partito dei verdi della Groenlandia torna a vincere le elezioni. Con il 36,6% dei voti, l’Inuit Ataqatigiit (IA), ha battuto i socialdemocratici di Siumut che dominano la politica nazionale dal 1979. Ora gli ambientalisti avranno bisogno di formare una coalizione per poter governare, ma la loro vittoria segna la grande svolta ambientalista della popolazione che ha voluto mandare un segnalo chiaro alle aziende e multinazionali straniere.


La campagna elettorale dell’Isola – che pur avendo una ampia autonomia politica fa parte della Danimarca – è stata infatti incentrata su un controverso progetto di estrazione di terre rare e uranio che il governo socialdemocratico aveva concesso alla società australiana Greenland Minerals. Gli Inuit si sono opposti, rivendicando la necessità di proteggere un territorio molto fragile, ed entrato nelle mire delle grandi potenze internazionali, in particolare di Russia, Stati Uniti e Cina.

La Shenghe Resources, azienda cinese, è infatti una delle azioniste dell’ australiana Greenland Minerals e una delle più grandi società al mondo specializzate nell’estrazione di terre rare, ovvero un gruppo di minerali fondamentali nell’industria elettronica e nella produzione di prodotti come smartphone. L’interesse cinese verso la Groenlandia, così come quello di Russia e Stati Uniti, è cresciuto negli anni anche a causa dei cambiamenti climatici che stanno portando allo scioglimento dei ghiacci, rendendo di fatto la regione artica navigabile e più facilmente esplorabile.

La corsa all’Artico

Non è un caso che nell’ultimo «piano di cinque anni» presentato da Pechino, si sia fatto menzione dell’Artico e dell’Antartico come di due punti di importanza strategica per la politica estera cinese, e sia stato di nuovo nominato lo sviluppo della Via della seta artica. La settimana scorsa è invece stata la Russia, a seguito del blocco del canale di Suez, a rilanciare l’importanza della rotta del Mare del Nord come via alternativa al commercio internazionale. Immagini satellitari ottenute dalla Cnn hanno inoltre dimostrato come Mosca stia rafforzando la sua presenza militare nell’Artico.

Due anni fa era invece stato l’ex presidente americano Donald Trump a proporre di comprare la Groenlandia, proprio per la sua posizione strategica nella partita artica e per la sua ricchezza di risorse. «Questa isola non è in vendita», aveva però risposto il ministro degli Esteri groenlandese. Secondo un rapporto dell’US Geological Survey, la Groenlandia possiede il 13% delle risorse mondiali di petrolio e il 30% di quelle di gas.

Il “no” del partito Inuit Ataqatigiit

«La gente ha parlato», ha dichiarato in tv Mute Egede, leader dell’Inuit Ataqatigiit. Il progetto estrattivo sarà fermato, ma è contro queste super potenze, e gli effetti del cambiamento climatico, che il governo del partito degli Inuit dovrà confrontarsi per proteggere le risorse dell’Isola verde dallo sfruttamento.

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