Covid, Rezza sulle riaperture: «È un rischio. Le terapie intensive sono congestionate. Siamo pronti a intervenire subito»

Gli esperti sono pronti a spingere per un passo indietro sulle misure permissive nel giro di due o tre settimane qualora ce ne fosse la necessità

Le riaperture sono dietro l’angolo ma l’epidemia di Coronavirus è tutt’altro che sconfitta. Anche Giovanni Rezza, capo della Prevenzione del ministero alla Salute e membro del Comitato tecnico scientifico (Cts) del governo, ne è consapevole. «La diminuzione dei contagi è molto lenta», dice in un’intervista a Repubblica. «Abbiamo le terapie intensive ancora congestionate». Se le aperture dovessero creare ulteriori ulteriori problemi, assicura che gli esperti «sono pronti a ricorrere a un un sistema di allerta precoce che ci permette di intervenire subito».


D’altronde, dice, un passo avanti si deve fare: «È legittimo che la politica trovi una sintesi tra indicazioni scientifiche e necessità economiche, dopodiché nessuno oggi può escludere che facendo ripartire scuole e altre attività la curva risalga». Intervenire «subito» significa comunque dover aspettare due o tre settimane dal momento degli allentamenti. E le attività che preoccupano di più sono «quelle al chiuso, come ristoranti e musei», ma anche «alcuni sport di contatto, come il calcetto, che comportano un certo rischio».


L’incertezza sulla durata della pandemia pone anche degli interrogativi sulla campagna vaccinale: negli ultimi giorni si sta parlando della possibilità di dover ricorrere a una terza dose di vaccino. A paventare l’ipotesi è stato lo stesso Albert Bourla, Ceo di Pfizer, e Rezza non esclude l’eventualità: «Non sappiamo quanto dura l’immunità conferita dal vaccino, perciò è prevedibile che dopo un certo periodo di tempo sia necessaria». Ci sarà una somministrazione ogni anno? Per Rezza è escluso.

Immagine di copertina: ANSA/MASSIMO PERCOSSI

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