Processo Cucchi, la difesa del carabiniere Di Bernardo: «Non fu ucciso dalle botte, ma dalle mancanze dei medici»

«Nessuno nega che ci sia stato un pestaggio, ma non è stato così violento. Stefano Cucchi non è stato ucciso per i ceffoni o i pugni, nessuno lo ha ucciso di botte», ha detto l’avvocata del militare per il quale è stata chiesta una condanna a 13 anni

Nel corso del processo di secondo grado sul caso Cucchi, l’avvocata Antonella De Benedictis, in difesa del carabiniere Alessio Di Bernardo, ha fatto un’arringa per cercare di scagionare il proprio assistito dall’accusa di omicidio preterintenzionale. «Nessuno nega che ci sia stato un pestaggio, ma non è stato così violento. Stefano Cucchi non è stato ucciso per i ceffoni o per i pugni, nessuno lo ha ucciso di botte – ha affermato -. Le persone che lo hanno lasciato morire sono stati i medici attraverso negligenze ed omissioni, chi ha sbagliato ha pagato penalmente e civilmente con un risarcimento».


Per De Benedictis, dunque, sarebbero state le mancanze dei medici a causare la morte, nel 2009, del geometra romano, mentre si trovava in custodia cautelare. «Dire che Di Bernardo lo ha massacrato di botte non è giusto – ha aggiunto il difensore -. Ci sono stati degli schiaffi e forse una spinta che ha fatto cadere Cucchi. Ha sbagliato chi lo ha fatto e deve pagare, ma non è stato un violento pestaggio. Di Bernardo è una brava persona, un padre di famiglia, un carabiniere pluridecorato: nessuno ha ucciso di botte Cucchi». Per il carabiniere, condannato in primo grado a 12 anni di carcere, il pg Roberto Cavallone ha chiesto una condanna a 13 anni.

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