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Gaza, il giornalista scappato dalla distruzione della torre dei media: «Qui non c’è un posto sicuro»

Fares Akram, reporter palestinese dell’agenzia di stampa internazionale, era tra le persone che il 15 maggio sono state costrette ad evacuare l’edificio di al-Jalaa

Non c’è pace nella Striscia di Gaza. I bombardamenti israeliani continuano per il settimo giorno consecutivo. Mentre si aggrava il bilancio delle vittime, sempre più vicino a 200, di cui 40 bambini, nella giornata del 15 maggio gli attacchi israeliani hanno colpito e distrutto un edificio a Gaza, la torre di al-Jalaa, in cui avevano sede al-Jazeera e l’Associated Press (AP). Ed è proprio un giornalista dell’agenzia di stampa internazionale AP, Fares Akram, a raccontare in prima persona, in un articolo pubblicato sul The Guardian, i momenti prima e dopo la distruzione dell’edificio che per anni era stato la sua seconda casa.


«Mi hanno svegliato le grida dei miei colleghi», scrive Akram. «Mi sono precipitato al piano di sotto e ho visto i miei colleghi indossare elmetti e giubbotti protettivi. Gridavano: “Evacuazione! Evacuazione!”». L’esercito israeliano aveva dato ai giornalisti, e al resto delle persone presenti all’interno della torre, un’ora per lasciare tutto ed evacuare l’edificio. «Mi è stato detto: hai 10 minuti», ricorda Akram.


«Ho iniziato ad allontanarmi. Poi ho guardato indietro quel posto che era stato per anni la mia seconda casa. Mi sono reso conto che quella era l’ultima volta che l’avrei visto». Akram si mette un elmetto e inizia a correre. «Quando ho sentito di essere abbastanza lontano, ho parcheggiato la macchina e sono sceso», scrive Akram. Con lui ci sono anche i suoi colleghi. «Stavano guardando. Aspettavano quello che sarebbe successo». «Dopo i giorni più sconvolgenti della comunità in cui sono nato e cresciuto e di cui ora copro le notizie – nel luogo in cui vivono mia madre, i miei fratelli, i miei cugini e gli zii – ora sono a casa vorrei poter dire che sono al sicuro qui, ma non posso. A Gaza non esiste un posto sicuro».

Come raccontato dallo stesso Akram attraverso un post su Twitter, la sua fattoria nel nord della Striscia di Gaza è stata distrutta da un attacco israeliano. «Questo è il luogo – racconta – dove mi ero messo in quarantena per sfuggire al virus, ma non è il posto migliore per ripararsi dai bombardamenti. I raid attuali ricordano la guerra del 2008, quando un attacco aereo su questa fattoria uccise mio padre». Quasi tutti i giornalisti hanno dovuto abbandonare computer, telefonini e tutti i loro strumenti. «Ho pensato a tutti i centinaia di ricordi che ora erano in frantumi, incluso il registratore a cassette che ho usato quando sono diventato giornalista. Se avessi avuto un’ora, avrei preso tutto». Secondo la giustificazione fornita dal governo israeliano, l’edificio conteneva equipaggiamenti militari appartenenti ad Hamas, ma il Comitato internazionale per la protezione dei giornalisti ha affermato che l’attacco «solleva lo spettro che le forze di difesa israeliane stiano deliberatamente prendendo di mira le strutture dei media per interrompere la copertura delle sofferenze umane a Gaza».

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