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Buckingham Palace ha aggirato per anni le leggi contro il razzismo: le rivelazioni che riaccendono le accuse contro la Royal family

Almeno fino al 1968 è stato impedito alle minoranze di accedere ad alcuni ruoli di palazzo. Poi la Corona negoziò delle clausole che le consentirono di evitare una serie di divieti

Dopo il caso Meghan Markle, torna l’ombra del razzismo sulla Royal family. Buckingham Palace ha impedito almeno fino alla fine degli anni Sessanta agli «immigrati o stranieri non-bianchi» di ricoprire ruoli di negli uffici reali. Lo rivela un’inchiesta del The Guardian, a firma di David Pegg e Rob Evans. Secondo quanto emerso dai documenti da loro consultati, nel 1968 il direttore finanziario della Regina Elisabetta informò i funzionari pubblici che «non era uso nominare immigrati non bianchi o stranieri» per ricoprire quei ruoli, sebbene fosse loro permesso di lavorare come domestici. Non è chiaro quando la pratica sia terminata, ma, stando all’inchiesta, esisterebbero delle clausole «controverse» e tutt’ora in vigore che consentono alla Corona di aggirare le leggi contro la discriminazione razziale e sessuale. Gli unici registri che si hanno a disposizione sono quelli relativi agli anni Novanta, i quali, stando a quanto dichiarato da Buckingham Palace, dimostrerebbero che persone appartenenti a minoranze etniche in quegli anni erano state impiegate in quei ruoli. Prima di allora, dicono dal Palazzo Reale, la Regina non teneva dei registri sulle origini dei dipendenti.


L’esenzione della Regina dalle leggi contro le diseguaglianze

Verso la fine degli anni Sessanta e metà degli anni Settanta, il governo inglese lavorò a delle norme contro le discriminazioni etniche e sessuali. La Regina, però, ne rimase esente per oltre quarant’anni. I documenti ufficiali consultati dal Guardian rivelerebbero come i funzionari del governo negli anni ’70 si fossero infatti coordinati con i consiglieri di Elisabetta II sulla formulazione delle leggi, proprio per negoziare delle clausole. Una prova citata dal Guardian è la seguente: nel 1968, un funzionario del Ministero degli Interni, TG Weiler, parlò al responsabile delle finanze della Regina, Lord Tyron, della conversazione avuta con Buckingham Palace. La Corona – diceva Weiler – era pronta a conformarsi alla proposta di legge, ma solo se avesse goduto di esenzioni simili a quelle fornite al servizio diplomatico, che poteva respingere i candidati che risiedevano nel Regno Unito da meno di cinque anni.


«Erano particolarmente preoccupati – scrisse Weiler a Lord Tyron – che se la legislazione proposta si fosse applicata alla famiglia della Regina, per la prima volta sarebbe stato legalmente possibile criticare la famiglia reale». Il modo in cui si arrivò all’accordo finale tra funzionari del governo e del Palazzo reale è significativo: entrambi erano d’accordo sul fatto che sarebbe stato impossibile ottenere il consenso della Regina sulle leggi contro le diseguaglianze fino a che non fosse assicurata la sua esenzione. A seguito della negoziazione delle clausole, divenne impossibile per le donne o le persone appartenenti a minoranze etniche denunciare le discriminazioni alla giustizia.

Immagine di copertina: EPA/FACUNDO ARRIZABALAGA

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