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Il Recovery Plan aiuta i giovani? Pietro Ichino: «Obiettivi troppo generici che fanno il gioco dei burosauri» – L’intervista

Ex senatore del Pd e ancora iscritto al partito, il giuslavorista non condivide le idee del ministro del Lavoro Orlando sul blocco dei licenziamenti. E critica (per ora) il decreto reclutamento

«Il mercato del lavoro è un rebus. Come per tutti i rebus, occorre un’intelligenza particolare, cioè “capacità di leggere dentro” per vedere la realtà nascosta sotto le cose apparenti e imparare a usarlo a proprio vantaggio». Pietro Ichino, giuslavorista, professore universitario e politico di lungo corso della sinistra italiana, ha partecipato alla fondazione del Partito democratico, nel 2007. Considerato uno dei padri del Jobs Act renziano, l’ex senatore Dem è ancora iscritto al Pd, anche se in rotta di collisione con le idee dell’attuale ministro del Lavoro del suo stesso partito. «Sto cercando di capire che cosa abbia in mente Andrea Orlando», ha detto, criticando la scelta di prorogare il blocco dei licenziamenti.


In libreria con una Guida al mondo dei rebus, edita da Bompiani, Ichino vede molte affinità tra il gioco enigmistico e il mercato del lavoro. Quando dice che serve «la capacità di leggere dentro», come nei rebus, «per vedere la realtà nascosta sotto le cose apparenti», fa riferimento al luogo comune più diffuso, in Italia, sul mondo del lavoro. Ovvero, che il lavoro manca. «L’apparenza è che il lavoro non ci sia. Ma ogni mese in Italia si aprono più di 300 mila posti di lavoro regolari. In un terzo circa dei casi, le imprese faticano a trovare le persone adatte», dice nell’intervista a Open.


Professore, perché non si riescono a incrociare domanda e offerta di occupazione?

«Perché non sappiamo costruire i percorsi – fatti di informazione, formazione e assistenza alla mobilità – che potrebbero portare le persone che vogliono lavorare a sfruttare questi veri e propri giacimenti occupazionali nascosti».

Con il decreto reclutamento, il governo intende immettere 24 mila nuove risorse nella Pubblica amministrazione per l’attuazione del Pnrr italiano e il rafforzamento della capacità amministrativa. È davvero un modo per svecchiare la Pa e incidere sul tasso di disoccupazione giovanile?

«Che le amministrazioni pubbliche abbiano bisogno di uno svecchiamento del personale e dell’acquisizione di nuove competenze è fuori discussione. Che questa esigenza possa essere soddisfatta, almeno in parte, con i 24 mila inserimenti di nuovo personale previsti, dipende in parte dal modo in cui avverranno le selezioni concorsuali, ma soprattutto dalla responsabilizzazione della dirigenza riguardo alla valorizzazione dei nuovi assunti. Questi non devono essere adibiti soltanto a sostituire o affiancare i più anziani».

In concreto, come può avvenire la responsabilizzazione della dirigenza pubblica che lei auspica?

«Il principio della responsabilizzazione per i risultati è già sancito dalla legge italiana da vent’anni. Il problema è che esso viene attuato con la fissazione di obiettivi molto generici, di tipo qualitativo e non quantitativo, quindi non misurabili, e non collegati a scadenze precise. Il più delle volte sono gli stessi dirigenti interessati che se li fissano da soli. Occorre evidentemente prima di tutto un vertice politico dell’amministrazione che si sia impegnato al conseguimento di certi risultati, precisi e misurabili, e che traduca questi risultati in obiettivi per i propri dirigenti».

Sempre nel cosiddetto decreto reclutamenti, vengono stanziati 700 mila euro per contratti di apprendistato nella Pa a favore di giovani diplomati e universitari. Come valuta la misura?

«Può essere una misura molto appropriata, nell’ottica di quanto ho appena detto: l’apprendistato può essere uno strumento utilissimo anche nelle fasce professionali più alte. Ma c’è vero apprendistato solo se l’apprendista viene affiancato a un lavoratore maturo che gli insegna il mestiere. L’esito di questa misura dipenderà interamente dalla qualità degli affiancamenti che verranno operati».

È pensabile che questo avvenga correttamente nelle amministrazioni, così come sono oggi?

«Pensabile sì: perché non dovrebbe esserlo? Certo, occorre che il vertice politico e quello amministrativo mostrino una forte determinazione, in modo che la cosa avvenga in coerenza con le finalità di svecchiamento e innovazione organizzativa. Altrimenti, i vecchi burosauri faranno sì che anche questa nuova misura venga digerita e metabolizzata dalla struttura in modo da assoggettarla e assimilarla all’approccio burocratico tradizionale».

In generale, crede che il governo Draghi stia sfruttando al meglio le risorse del Recovery Plan per rilanciare l’occupazione giovanile?

«La parte del piano dedicata alle politiche attive del lavoro è estremamente generica: per questo mi sembra che non se ne possa dare una valutazione positiva».

Che cosa fa sì che il nostro Paese sia in cima alla lista – secondo solo alla Spagna – delle Nazioni Ocse per disoccupazione giovanile?

«La disoccupazione giovanile è principalmente la conseguenza del difetto di un sistema capillare di servizi di orientamento scolastico e professionale, oltre che di informazione sui meccanismi del mercato del lavoro e sulle opportunità che esso offre. Se escludiamo Bolzano e Trento, in Italia questo “primo anello della catena” dei servizi necessari manca quasi del tutto».

Cosa bisognerebbe programmare e fare di più su questo terreno?

«La Città metropolitana di Milano sta incominciando ad attrezzarsi, costruendo – per prima in Italia – uno Hub Lavoro capace di reggere il confronto con le esperienze delle più grandi città del Centro e Nord-Europa. Occorrerebbe fare lo stesso in tutta Italia, se si vuole davvero combattere la disoccupazione giovanile».

Di cosa si tratta esattamente?

«Si tratta di un grande open space direttamente accessibile dalla strada, nel centro della città (replicato negli altri centri della provincia e sul web), dove principalmente i giovani, ma anche gli adulti che abbiano perso il posto o che vogliano cambiarlo trovino non solo l’assistenza generica e il coaching per la navigazione nei siti utili per trovare lavoro, ma soprattutto il servizio fondamentale di profilazione delle attitudini e delle aspirazioni, quello conseguente di job counselling, tutte le informazioni e assistenza necessarie per sfruttare le opportunità di formazione mirata e di occupazione offerte dal mercato e dal tessuto produttivo».

Tornando all’operato del governo, il blocco dei licenziamenti è stato prorogato al 30 giugno. È una battaglia del Partito democratico che lei non condivide?

«Serve solo a mettere in freezer centinaia di migliaia di persone il cui posto di lavoro non c’è più, aggravando il problema ogni giorno che passa».

Recentemente ha detto: «Sto cercando di capire che cosa abbia in mente il ministro del lavoro Orlando». È riuscito a capirlo?

«Non ancora».

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