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Il lavoro estivo che non c’è, prima puntata. Albergatori e ristoratori a caccia di stagionali: «Molti preferiscono il reddito di cittadinanza»

Albergatori e ristoratori lamentano la difficoltà di trovare personale nella prima stagione turistica nell’era dei vaccini anti-Covid. Indagine (parziale) nel mondo di chi offre lavoro e non riesce a darlo

Max Merli è il titolare dell’Hotel Terme di Frasassi, un tre stelle da 50 camere nella riserva naturalistica marchigiana. Gli stipendi dei suoi dipendenti partono dai 1.100 euro netti per chi viene assunto con l’apprendistato e arrivano ai 2.800 dello chef, la figura meglio retribuita. Si lavora sei giorni su sette, con 24 ore libere consecutive. «Onestamente – dice a Open – nessuno dei miei ragazzi lavora 40 ore esatte, si sfora sempre un po’, ma nemmeno si arriva alle 80 ore settimanali come denunciano i lavoratori stagionali su Facebook». Merli, in vista delle riaperture estive e della ripresa del turismo, ha iniziato la ricerca del personale generico, di sala e di cucina dalla prima settimana di aprile. È stata un fiasco: l’imprenditore alberghiero ha dovuto fare uno scouting di emergenza tra famigliari e conoscenti che avevano già lavorato nella struttura. «Per il posto da capo ricevimento mi sono arrivate dieci candidature. Otto mi hanno risposto positivamente, ma quando ho comunicato la località esatta hanno replicato di non volersi allontanare da casa. – Merli offre vitto e alloggi ai suoi dipendenti -. La nona candidata era una hostess senza conoscenze di base per l’utilizzo dei software gestionali. Solo un candidato su dieci sembrava essere idoneo, ma alla fine non si è fatto nulla».


La bufala della «ricerca degli schiavi»

Merli ha 50 anni e lavora nel settore turismo da quando ne ha 21, dopo la leva militare. Da semplice animatore di villaggi vacanze, è arrivato a dirigere diversi alberghi e a gestire un’agenzia che fornisce personale per eventi e attività da viaggio. «Servirebbe una riforma del lavoro alberghiero», dice, ammettendo che l’occupazione in hotel ha delle peculiarità in termini di sforzo. «È vero che gli orari di lavoro sono più dilatati di quelli che dovrebbero essere, ma è altrettanto vero che ci sono settimane dove si lavora molto meno perché diminuiscono i flussi. Per gli stagionali, poi, diverse ore sono impiegate per la loro formazione: non accetto che si parli di “ricerca degli schiavi” quando si fa recruitment per l’alta stagione». Nella rosa del suo staff, con l’estate alle porte, manca ancora un capocameriere: «Non riesco proprio a trovarlo». La paga prevista è di 1.800 euro netti: «Vitto e alloggio anche nel giorno di riposo, tfr, quattordicesima. Non mi è arrivata nessuna candidatura e ho caricato gli annunci persino su Facebook, per disperazione. Sto iniziando a pensare che si sia persa la voglia di andare lavorare nei periodi in cui gli altri vanno in vacanza. C’è carenza di spirito di sacrificio».


Il ruolo del reddito di cittadinanza

Tra le cause, Merli individua i sussidi previsti dal governo per rispondere all’emergenza economica post-Covid: «Stanno creando un bel cuscinetto per chi non ha voglia di lavorare». È una specifica dei giovani di oggi, cresciuti con più aspettative rispetto alle generazioni precedenti? «Ogni generazione ha la sua storia. Molti dei miei coetanei erano dei vagabondi e vagabondi sono rimasti, aspettando che venisse fuori qualche lavoretto o una raccomandazione per un posto fisso. Anche adesso, tra i giovani, ci sono quelli che io chiamo vagabondi. A essere cambiati, secondo me, sono i genitori: prima nessuno ti veniva a soccorrere al primo sudore sulla schiena, adesso si comportano come dei rappresentanti, sostenendo che i propri figli sono eccellenti in ogni cosa che fanno. Il sacrificio è un’attitudine in via di estinzione». Merli conosce anche la situazione dei ristoratori della vicina Romagna, «ma è un tipo di lavoro completamente diverso». Le giornate di lavoro iniziano intorno alle 11 di mattino e si estendono oltre mezzanotte nei ristoranti della Riviera, con gli imprenditori che da contratto collettivo possono arrivare a un massimo di 48 ore di straordinari. «Eppure – conclude – nessuno è schiavista e nessuno è sfruttato: sono accordi presi tra imprenditori e dipendenti e so anche che, durante le stagioni turistiche, chi lavora nei ristoranti prende dei “fuoribusta” – in nero – molto interessanti».

La carenza di personale

Chi sa meglio di lui – per esperienza diretta e per ruolo – qual è la situazione che stanno vivendo i ristoranti è Santino Cannamela. Il presidente di Confesercenti Firenze, titolare egli stesso di un’attività in piazza Duomo, ha raccolto la preoccupazione di numerosi gestori di locali. «Sta accadendo qualcosa di grottesco: con le riaperture delle attività legate al turismo, chi lavora nella ristorazione si è dovuto scontrare con una carenza di personale senza precedenti». A Firenze, spiega, la stagione “estiva” inizia a Pasqua e finisce a fine settembre. I locali hanno bisogno di un implemento di personale sia per i flussi turistici sia per l’aumento dei coperti, grazie ai dehors. «C’è difficoltà a trovare dipendenti, mancano cuochi, camerieri, baristi». Le cause, per Cannamela, sono molteplici in un Paese che pensa più alla salvaguardia dei lavoratori che del lavoro. «Dopo mesi di incertezza e cassa integrazione, le persone che percepiscono 400, 500 euro mensili hanno trovato altri lavoretti per arrotondare i sussidi o le riserve personali, non vogliono tornare nella ristorazione». Anche per Cannamela il reddito di cittadinanza gioca un ruolo importante in questa penuria di lavoratori: «Capisco la difficoltà di lasciare un’entrata sicura dello Stato – spiega – di fronte a un lavoro stagionale, per un tempo determinato e con il rischio che, se i numeri della pandemia si rialzassero, mi troverei di nuovo a casa».

Anche Cannamela, come Merli, ha una posizione offerta per la sua attività nel cuore di Firenze e non sta ricevendo candidature. «Avevo tre dipendenti a tempo indeterminato. Uno di loro, durante il lockdown, ha scelto di trasferirsi in Francia dalla sorella che ha una fattoria in Provenza. Per rimpiazzarlo, sto offrendo un tempo indeterminato previsto dal ccnl». Tradotto, si tratterebbe di uno stipendi di circa 1.200, 1.300 euro mensili, più tredicesima e quattordicesima. Quante ore di impegno richiede? «Sei ore e 40 minuti, come da contratto». Ammette che alcuni colleghi non rispettano le regole e i diritti dei lavoratori: «Un malcostume diffuso in tutti i settori e in diversi campi. Penso, ad esempio, a tutte le volte che un elettricista o un idraulico applicano prezzi diversi con o senza fattura. Oppure ai meccanici che prendono assistenti in nero». Anche chi rispetta le regole come lui fa fatica a trovare dipendenti. «C’è carenza di candidature, non si trova gente nemmeno da formare – e rileva che – la situazione post-Covid è assolutamente inedita. È il combinato disposto di una serie di azioni e mancanze. Non è la pandemia in senso stretto ad aver influito».

Il nodo delle vaccinazioni

«Per esempio – spiega -, le nostre categorie non hanno avuto priorità nella vaccinazione. Io mi sono vaccinato settimana scorsa per età anagrafica. So di alcuni lavoratori stagionali che hanno paura, quest’estate, di lavorare in realtà dove il contatto con il pubblico è costante». Il presidente di Confesercenti Firenze auspica che si insedi un tavolo di discussione tra imprenditori, sindacalisti e politici per risolvere il problema. «E spero che si parta dal cuneo fiscale, il padre di ogni male: questo è il momento in cui bisogna salvaguardare il lavoro». Per 1.200 euro netti di stipendio mensile che arrivano nella busta paga dei suoi dipendenti, Cannamela paga più di 2.000 euro. «Spendo così tanto in contributi… persino tredicesima e quattordicesima sono tassate. Se gli imprenditori avessero dei veri sgravi fiscali, sarebbero incentivati ad assumere a tempo indeterminato e, magari, a ridurre le assunzioni stagionali. Riconosco che gli stipendi non sono altissimi, ma a essere alto è l’onere a carico dei datori di lavoro».

Il Sud in sofferenza per l’avvio della stagione estiva

Di combinato disposto, questa volta al Sud, parla Francesco Caizzi. Il presidente di Federalberghi Puglia ha rilevato criticità per il recruitment per l’avvio della stagione estiva in tutti i settori del comparto turistico. «Stabilimenti balneari, alberghi, ristoranti, attività ludiche – elenca -. La situazione peggiora se si parla di imprese che hanno bisogno di assumere lavoratori stagionali». Perché parla di combinato disposto? «Perché molti hanno detto che non è il reddito di cittadinanza il problema principale. E in parte è vero, poiché è la parziale applicazione della riforma, senza la parte della ricerca dell’impiego, a creare le maggiori storture». Caizzi ha raccolto esperienze di molti ragazzi che, staccandosi dal nucleo famigliare, hanno avuto accesso a 300, 400 euro di reddito restando, di fatto, seduti sul divano. Poi, con l’inizio della stagione estiva, si propongono per lavorare soltanto dieci, 15 giorni mensili al massimo: «In nero ovviamente. Così arrivano a 1.000 euro tondi e si godono l’estate lavorando metà mese», afferma. Se la riforma del reddito di cittadinanza avesse funzionato pienamente, «se i centri per l’impiego avessero davvero presentato tre offerte di lavoro a ciascun beneficiario e, dopo la terza proposta rifiutata, avessero tolto il reddito, sono convinto che in Puglia gli imprenditori avrebbero potuto trovare lavoratori stagionali come negli anni passati».

Il buco dei controlli

«In Italia ci sono appena mille ispettori dell’Inps che lavorano sul redditto di cittadinanza – denuncia -. È ovvio che si creino delle sacche oscure nel mondo del lavoro. Senza alcun controllo, lo Stato non sta producendo economia, ma sta esasperando l’assistenzialismo». La stagionalità di per sé, sostiene Caizzi, carica di anomalie il mercato del lavoro. «Il Covid, di fatto, ha reso molto più corta la stagione turistica. Chi viene assunto adesso, per lavorare appena due mesi, non ha garantito l’accesso alla Naspi: una vera beffa per i lavoratori e per chi sta cercando dipendenti». Ricorda che in Puglia, fino al 2019, c’era stato un impegno politico e del tessuto produttivo per la destagionalizzazione del turismo. «Avevamo creato delle condizioni per cui i lavoratori stagionali venivano assunti per sette, otto mesi. Da marzo a novembre – afferma il presidente regionale di Federalberghi -. Nel periodo invernale, con il 50% di Naspi, il lavoratore aveva chiuso l’anno con un’entrata più che dignitosa. Questo processo fu avviato 15 anni fa proprio dall’amministrazione Vendola, poi la pandemia ha distrutto il fragile equilibrio che si era trovato».

Caizzi, tuttavia, rileva che tra le varie cause c’è anche uno spirito di indolenza che sembra diffondersi tra disoccupati e neet. Non ne fa una questione generazionale, ma ritiene che «sono sempre più difficili da trovare le persone che sono bendisposte a impegnarsi in lavori che considerano di serie B. Certo, è faticoso lavorare in un lido, andare in spiaggia dalle 6 di mattino fino a sera. Ma sono lavori che possono dare altrettante soddisfazioni, anche economiche». A differenza del settore agricolo, nel turismo non è ancora evidente un flusso cospicuo di lavoratori stagionali che provengono da altri Paesi. «Ma sono certo – conclude Caizzi – che gli immigrati daranno un grande supporto al comparto turistico del nostro territorio. Non c’è altra scelta che internazionalizzare più possibile il mercato del lavoro turistico. Altrimenti, resteremo nella situazione imbarazzante per cui i nostri concittadini si accontentano del reddito di cittadinanza più qualche entrata in nero, mentre i gestori di attività del settore restano in perenne emergenza dipendenti».

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