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Così i talebani si sono presi l’Afghanistan in 10 giorni

Dal 6 al 15 agosto un esercito di burro ha tragicamente rivelato in poche ore le lacune di un addestramento durato 20 anni. Ma come è potuto accadere?

È successo tutto in 10 giorni. La vita del popolo afghano e il futuro dell’intero paese sono stati travolti da un’avanzata fulminea che dal 6 al 15 agosto ha portato i talebani a prendere il pieno potere su città e province. Incoraggiati dal ritiro degli Stati Uniti, a giugno le forze talebane controllavano già gran parte dell’Afghanistan. Fino ad arrivare allo scorso 6 agosto, quando i capoluoghi di provincia caduti uno dopo l’altro sotto la violenza talebana, sono stati il segnale di uno slancio che oramai nessuno sembrava in grado di fermare. L’8 di agosto il gruppo di combattenti formato nel 1994 dal mullah Mohammed Omar ha preso il controllo di Kunduz. Herat, Lashkar Gah e Kandahar subito a seguire. Poi l’atto finale del 15 agosto entrato ormai nella Storia: i talebani raggiungono le porte della capitale Kabul annunciando ufficialmente l’Emirato Islamico dei talebani. Nell’incubo dell’avanzata, decine di migliaia di civili hanno deciso di abbandonare le proprie case, e con loro persino lo stesso presidente Ashraf Ghani. I 10 giorni di conquista non sono bastati soltanto a sconvolgere un intero popolo ma ancor di più ad abbattere il muro delle forze di sicurezza afghane, crollate in un soffio e in molti casi senza nemmeno combattere.


Il collasso delle forze afghane

20 anni di supporto esterno, miliardi di dollari di finanziamenti, un programma di addestramento e supporto aereo, non sono bastati. 90 miliardi di armamenti, 330 mila soldati a libro paga hanno fallito contro poco più di 40 mila talebani. Alcuni commando hanno resistito combattendo e difendendo le zone attaccate, ma la strategia dei nemici li ha bloccati in posizioni chiave mentre altri nuclei attaccavano ripetutamente le aree rimaste scoperte. L’11 di agosto l’esplosione di un’enorme autobomba fuori dal quartier generale della polizia provocata proprio dai combattenti talebani ha decretato la svolta di una battaglia a quel punto già in gran parte vinta. In molte aree le unità afgane si sono trovate a corto di munizioni, in altre si sono date semplicemente alla fuga. Lasciati a sé stessi dalle forze americane, in molti casi le stesse autorità hanno acconsentito al sopravvento dei talebani per evitare ulteriori morti e spargimenti di sangue. Così come è successo a Mazar-i-Sharif il 14 agosto, città caduta in mano ai talebani con pochissima resistenza da parte delle truppe afgane, alcune delle quali hanno preferito abbandonare la zona dirigendosi verso il confine con l’Uzbekistan ad Haraitan. Un esercito di burro ha tragicamente rivelato in poche ore le lacune di un addestramento durato 20 anni. Ma come è potuto accadere?

Il mancato legame con lo Stato

Gli addestratori americani incaricati di rendere più forte e preparato l’esercito afghano ha sempre saputo di un aspetto fin troppo radicato nei combattenti che stavano cercando di formare. I militari afghani non hanno mai nutrito un reale sentimento di fedeltà allo Stato del proprio paese. La famiglia, la tribù e il proprio gruppo etnico sono sempre stati molto più importanti. In questi giorni tragici sono state spesso le famiglie ad imporre ai soldati, attraverso l’invio di sms, di non difendere lo Stato afghano e di tornare a casa dove c’era più bisogno di loro. Per i più veterani è stato chiaro fin dall’inizio quello che li avrebbe aspettati: senza la presenza americana il governo poteva ritenersi già finito. Carter Malkasian, un ex consigliere del presidente dei capi di stato maggiore statunitensi, autore tra le altre cose di “La guerra americana in Afghanistan”, riporta in modo chiaro le difficoltà delle forze afghane non solo nel coordinarsi ma anche di trovare gli stimoli per farlo: «Più sconfitte avevano, peggio era il loro morale e più i talebani erano incoraggiati. Per un lungo periodo di tempo hanno avuto problemi con il morale e anche con la loro volontà di combattere gli stessi talebani». A fare da eco anche il segretario americano alla Difesa Lloyd Austin: «La mancanza di resistenza che i talebani hanno dovuto affrontare da parte delle forze afghane è stata estremamente sconcertante. Avevano tutti i vantaggi, hanno avuto 20 anni di addestramento dalle nostre forze della coalizione, un’aviazione moderna, buone attrezzature e armi. Ma non puoi comprare la volontà e non puoi comprare la leadership. Ed è proprio quello che mancava in questa situazione».

L’etnia pashtun al governo: la stessa dei talebani

La cosiddetta etnia “pashtun” è attualmente la cultura maggioritaria dell’Afghanistan, al governo dal 1727. Al loro arrivo 20 anni fa, gli americani pensarono bene di affidare agli uomini delle tribù pashtun il governo del Paese appoggiando i due presidenti Karzai e Ghani. Ma pashtun è anche la stessa etnia da cui proviene il movimento talebano. Come il mullah Omar, anche il resto dei talebani proveniva prevalentemente da tribù di etnia pashtun e aveva studiato nelle madrasse, le scuole coraniche pakistane. Il nome “talebani” significa “studenti” proprio in lingua pashtu, la seconda più parlata in Afghanistan dopo il dari. L’affidamento del governo a candidati di etnica pashtun ha portato a due grosse conseguenze: la prima è stata l’accettazione da parte degli americani di enormi frodi elettorali per far vincere i candidati, calpestando quella stessa democrazia per cui avevano messo piede su territorio afghano. La seconda, i frequenti sospetti sui soldati pashtun che con fare doppiogiochista avrebbero reso impossibile la vera coesione delle forze afghane.

Uno Stato di carta

«La maggioranza degli alti comandi e dei governatori ha barattato la propria salvezza con la resa. Persino il presidente Ghani avrebbe ordinato di non resistere». A parlare è il generale Giorgio Battisti, primo ufficiale ad arrivare a Kabul nel 2001. «I miei ex allievi dell’accademia mi scrivono vergognandosi: noi avremmo combattuto. Il coraggio non basta se dietro c’è un governo corrotto». Per lo stesso motivo i talebani, prima che a Kabul, si sono presentati in città tradizionalmente loro ostili incontrando zero resistenza. Neppure i vecchi signori etnici (come Ismahil Khan, Atta e Dostum) hanno combattuto. Sia perché anziani, sia perché Ghani ne ha limitato l’influenza, fino a quando disperato, ne ha chiesto l’aiuto. Ma è stato troppo tardi.

Gli unici a resistere

L’unico Corpo d’Armata che ha provato a resistere e continua a farlo in ore sempre più difficili è il 215° della provincia afghana di Helmand. La sola zona in cui i talebani non hanno ancora preteso la resa è la valle del Panshir, situata a 150 km a nord di Kabul. Dal 2001 la colonna vertebrale dell’esercito afghano del 215° corpo d’armata è composta da soldati di etnia tajiki proprio del Panshir. Pochi mesi fa, il presidente Ghani, spaventato da voci di un golpe militare, ha sostituito i più alti gradi tajiki con gente della sua tribù pashtun. Risultato: durante i giorni della disfatta contro i talebani, sono stati solo i sostituti pashtun a fuggire. I tajiki sono invece tornati in valle in previsione di un attacco diretto da parte dei combattenti talebani.

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