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L’ex ct del volley Berruto salva la pallavolista afgana: «Mi sono venuti i lucciconi agli occhi»

Safiya è rimasta nascosta per tre settimane a Kabul. Poi è riuscita a prendere l’aereo per l’Italia

Mauro Berruto, ex commissario tecnico della nazionale di volley, oggi responsabile sport del Pd, è l’uomo che ha portato in salvo Safiya, pallavolista afghana di soli vent’anni e nascosta per tre settimane a Kabul, dopo la presa di potere dei talebani ad agosto scorso. «Sono sull’aereo, sto nascendo una seconda volta», ha detto al telefono dopo essere fuggita di notte, da sola, grazie a quell’uomo che neanche conosceva. «È arrivata in Italia sabato mattina dopo un mese vissuto sull’ottovolante del terrore», ha detto Berruto a la Repubblica, spiegando il suo sollievo dopo che la ragazza ha mandato «la foto dall’aereo con il timbro exit sul pass, la sigla del volo e poi ho visto la scritta departed sul sito dell’aeroporto da cui è partita mi sono venuti i lucciconi agli occhi».


La fuga

«Non conoscevo neanche questa ragazza», spiega l’ex ct. «Per un singolare meccanismo di triangolazione, che ha fatto sì che circolino i numeri di chi si sta dando da fare per aiutare chi è rimasto bloccato laggiù, mi è arrivato un suo messaggio via Whatsapp. Era disperata. “Ti prego, aiutami, mi uccideranno come hanno fatto con la mia compagna di squadra. L’hanno massacrata come un animale. Io e le altre siamo tutte nascoste, ma ci troveranno e faremo la stessa fine. Sui social stanno facendo girare i video della nostra squadra”». Il conto alla rovescia per la fuga era scandito dall’invio, ogni notte, di «video agghiaccianti: il buio di Kabul squarciato da esplosioni e colpi di arma da fuoco. In più lei non aveva neanche il passaporto dietro, insomma farla uscire da lì sembrava impossibile». Ad agevolare la fuga il lavoro dei diplomatici, che hanno preparato tutti i documenti «che servivano e abbiamo fatto squadra, team building. Io facevo l’allenatore e la motivavo e lei ha tirato fuori un coraggio da leone. Il momento più drammatico è stato quando le ho detto: “È tutto pronto, adesso tocca a te. Te la senti di scappare da sola e provare a raggiungere il confine?”. “Stanotte ci provo”. La prima volta ha fallito, la seconda è andata. Venti ore di silenzio assoluto, poi un messaggio da un check-point: “Ho paura, che devo fare?”. E poi finalmente quel: “Sono passata”. Ma era solo l’inizio».


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