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Coronavirus, per il medico Donzelli «la spinta alle vaccinazioni non ha basi scientifiche». Ma non è così

L’audizione presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato del dottor Alberto Donzelli, specialista in igiene e medicina preventiva, è stato condiviso dal canale YouTube dell’emittente RadioRadio

Riscontriamo la diffusione di un’audizione, presso la Commissione Affari Costituzionali del Senato, tenuta dal dottor Alberto Donzelli, specialista in igiene e medicina preventiva. Il video viene condiviso dal canale Youtube dell’emittente RadioRadio con il seguente titolo: «”Incentivano vaccinazioni di massa senza basi scientifiche” – I dati che smascherano il Green pass». Dopo il precedente intervento del dottor Bizzarri, viene proposta una nuova “condanna” del Green pass mettendo in discussione la sua estensione a tutti i lavoratori. Donzelli lo fa citando degli studi, che a suo dire dimostrerebbero la superiorità dell’immunità naturale contro il nuovo Coronavirus rispetto a quella indotta dai vaccini, persino dopo l’emergere delle varianti Covid, soprattutto la Delta, ormai dominante. Abbiamo analizzato le fonti del Medico.

Per chi ha fretta:

  • Al netto di qualche studio preliminare in attesa di revisione, la letteratura scientifica mostra che l’immunità naturale non è superiore a quella indotta dai vaccini.
  • Chi si è già ammalato corre ugualmente il rischio di infettarsi nuovamente e contrarre forme gravi.
  • Anche se l’immunità da vaccino tende a scemare nel tempo, si è visto che continua a prevenire le ospedalizzazioni.

Analisi

Cominciamo da un preprint dal titolo «Comparing SARS-CoV-2 natural immunity to vaccine-induced immunity: reinfections versus breakthrough infections», in attesa di revisione da agosto, che avevamo trattato in un precedente articolo. Uno documento che risulta far parte delle fonti di un altro «studio» che secondo i No vax avrebbe messo una «pietra tombale» sulle vaccinazioni.

Nello studio, i ricercatori israeliani comparano 673mila vaccinati Pfizer «con dose doppia», come afferma Donzelli, con 63mila precedentemente infettati. Dai risultati si evincerebbe che sia 13 volte più probabile che un vaccinato contragga l’infezione rispetto ai non vaccinati, un rischio aumenterebbe 27 volte per le forme sintomatiche e otto volte per i ricoveri. Secondo Donzelli dallo studio israeliano si deduce che sarebbe «meglio l’infezione naturale che dà una protezione più robusta e più duratura verso la variante Delta». Riportiamo di seguito la nostra precedente analisi:

Lo studio che suggerisce una immunità più debole da parte di Pfizer rispetto a quella naturale è un preprint ancora in attesa di revisione, con un notevole bias (versione integrale). Parliamo di una ricerca retrospettiva (i fatti sono accaduti prima che cominciasse) dove si selezionano tre gruppi:

Con due dosi di Pfizer non infetti precedentemente (oltre 673mila persone); precedentemente infetti che non si sono mai vaccinati (oltre 62mila); precedentemente infetti che hanno ricevuto una sola dose (oltre 42mila). Il problema è nell’organizzazione del reclutamento dei volontari:

Il primo gruppo è notevolmente più ampio rispetto agli altri, rendendo più probabile riscontrare nuovi infetti tra i vaccinati. Il secondo gruppo non tiene conto di tutti quelli che non si sono reinfettati, perché nel frattempo si sono pienamente o parzialmente vaccinati. Così si condiziona l’ingresso a un gruppo per un evento che si verificherà alla fine (retrospettivo). Il terzo gruppo avrebbe dovuto far riflettere i ricercatori, perché conferma quanto sapevamo già: persone precedentemente infettate risultano pienamente protette con una singola dose.

Certo, sarebbe stato d’aiuto una verifica degli anticorpi neutralizzanti nel siero dei volontari, ma parliamo di uno studio osservazionale, dove non si menzionano test sierologici, solo PCR, che trovano il virus ma non misurano la risposta anticorpale.

Non di meno, il secondo gruppo potrebbe presentare un bias molto più semplice. Chi non si è vaccinato dopo una precedente infezione potrebbe essere un gruppo costituito da persone meno vulnerabili, che in partenza presentano rischi più bassi di essere nuovamente infettati e/o ricoverati in ospedale. Oltretutto, l’analisi non tiene conto dei morti. Infine, gli autori non hanno potuto tener conto delle differenze nei comportamenti sanitari, come il distanziamento sociale o l’uso di mascherine.

Di fatto, un preprint con dichiarazioni così “scioccanti” risulta ancora in attesa di venire pubblicato in una rivista di settore.

Le re-infezioni sono troppo rare anche con la variante Delta?

Donzelli sostiene che i casi di seconde infezioni siano molto rari. Cita a proposito una lettera, apparsa su Jama Internal Medicine lo scorso maggio, dove secondo lui si dimostrerebbe che «l’incidenza per 100.000 giorni/persona è stata 1 per re-infezioni verso 15,1 per infezioni in chi non aveva contratto prima, una differenza significativa ed enorme di 15 volte! Sarà lo stesso con la Delta?». Il paper fa riferimento alla situazione pandemica italiana, nel periodo febbraio-luglio 2020. Oggi abbiamo la presenza di una variante che ha mostrato di essere più forte, nel rendere SARS-CoV-2 più infettivo e capace di “eludere” le difese immunitarie.

Il Medico cita un articolo apparso su Science nel febbraio scorso, una elaborazione di un modello basato sui coronavirus endemici umani (HCoV). I suoi risultati portano gli autori a suggerire come sarebbe l’immunità naturale dopo l’introduzione dei vaccini in larga scala:

Il nostro modello, che incorpora questi componenti dell’immunità, ricapitola sia l’attuale gravità dell’infezione da SARS-CoV-2 sia la natura benigna degli HCoV, suggerendo che una volta raggiunta la fase endemica e l’esposizione primaria durante l’infanzia, SARS-CoV-2 potrebbe essere non più virulento del comune raffreddore. Prevediamo un esito diverso per un coronavirus emergente che causa gravi malattie nei bambini. Questi risultati rafforzano l’importanza del contenimento comportamentale durante l’introduzione del vaccino pandemico, spingendoci a valutare scenari per continuare la vaccinazione nella fase endemica.

In compenso, la cronaca italiana (come quella mondiale) ci ha riportato esempi di pazienti deceduti per Covid a seguito di una seconda infezione. Uno studio apparso su Nature il mese scorso (settembre 2021) mostra risultati attesi: la variante Delta è «sei volte meno sensibile agli anticorpi neutralizzanti del siero di individui guariti e otto volte meno sensibile agli anticorpi suscitati dal vaccino». Non di meno, sappiamo che grazie al vaccino la probabilità di venire ospedalizzati si riduce drasticamente.

Questo lo ammette anche Donzelli quando nella conclusione del suo intervento cita uno studio preprint riguardante l’efficacia di Pfizer in Qatar. «La protezione a 5/6 mesi diventa trascurabile – continua il Medico – Diventa negativa». Ma precisa che questo riguarda i «casi lievi», mentre contro le forme gravi la protezione continua a essere elevata.

Conclusioni

Donzelli a sostegno della sua tesi – in base alla quale chi è stato già infettato non dovrebbe essere vaccinato, in quanto l’immunità naturale sarebbe “più forte di quella indotta dai vaccini” – presenta studi preliminari, in buona parte preprint o che non sostengono direttamente tali conclusioni. Uno in particolare (quello israeliano) è probabilmente affetto da bias, che possono aver distorto i risultati. In compenso, lo stesso Medico ammette a conclusione della sua audizione che dopo sei mesi la protezione dei vaccini contro le forme gravi, per quanto diminuisca, resta pur sempre elevata.

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