Reddito di cittadinanza, l’esperto economico di Palazzo Chigi: «Così non va, bisognava modificarlo di più» – L’intervista

Gabriele Guzzi, classe 1993, è un giovane economista di Palazzo Chigi. Mentre le possibilità di cambiare il sussidio si riducono sempre di più, spiega a Open come e perché bisognava intervenire. Anche a sostegno dei giovani

Non è un politico, ma un tecnico che lavora per la politica. Gabriele Guzzi, nato nel 1993, laureato con lode in Economia prima alla Luiss e poi alla Bocconi. Qualche anno fa, inizia un dottorato all’Università Roma Tre e, contemporaneamente, viene assunto nel Nucleo tecnico per il coordinamento economico alla presidenza del Consiglio. Le mastica, le dinamiche politiche. Ma ciò non lo fa desistere dal criticare le occasioni perse per riformare il reddito di cittadinanza, misura che continua a difendere, come fece due anni e mezzo fa attraverso un articolo diventato virale. E ora che il percorso di modifica del testo riprende, ma l’attenzione sembra concentrata solo sulla caccia ai “furbetti”, non nasconde un po’ di amarezza. «Mi sembra che, anche in questa Manovra, ci sia stata una risposta all’attenzione collettiva sui controlli preventivi. Mentre le modifiche più importanti al reddito di cittadinanza non sono state fatte», afferma a Open.


Guzzi, perché continua a essere a favore del reddito di cittadinanza, nonostante tutte le criticità emerse, dai cosiddetti furbetti alla scarsa occupabilità dei beneficiari?


«Il reddito di cittadinanza è una delle poche misure di giustizia sociale introdotte in Italia negli ultimi 30 anni. Lo strumento di supporto universale contro la povertà, il Rei, aveva una platea molto ridotta. Il reddito di cittadinanza ha ampliato considerevolmente la platea, riportando l’Italia tra quei Paesi avanzati che garantiscono ai propri cittadini in difficoltà un sostegno economico. Il punto è che c’è un problema culturale che avvelena il dibattito su questo genere di misure: una parte consistente dei ceti abbienti vede di cattivo occhio gli strumenti di sostegno contro la povertà perché rendono meno ricattabili i lavoratori meno qualificati davanti a offerte di lavoro indecorose sotto l’aspetto salariale e di tutela dei diritti».

Gabriele Guzzi esperto economico di Palazzo Chigi

Quindi, secondo lei, il reddito di cittadinanza non può essere ritenuto un disincentivo al lavoro?

«Se un assegno da 500 euro è un disincentivo al lavoro, direi che tocca riformare urgentemente il sistema dei salari in Italia. Piuttosto, pensiamo a riallocare quei lavoratori da imprese poco produttive che non riescono a garantire salari dignitosi verso aziende sane che non si basano sullo sfruttamento del lavoro dei dipendenti e non erogano salari da fame. Leggere in quest’ottica il reddito di cittadinanza è un’offesa più verso le imprese che verso i lavoratori, se 500 euro bastano per far restare una persona sul divano, vuol dire che stiamo vivendo in un capitalismo di scarsissimo livello».

Crede che i giovani risentano maggiormente delle condizioni del mercato del lavoro?

«La povertà in Italia è un fenomeno che colpisce maggiormente le fasce più giovani della popolazione. Con la pandemia, abbiamo rilevato un incremento significativo dei beneficiari del reddito di cittadinanza tra i giovani. È indicativo che siano generalmente adulti e anziani a criticare il sussidio, meno intaccati da un problema di povertà complessiva che si concentra, invece, negli under 35. Sia chiaro, sono contrario a qualsiasi forma di recriminazione spicciola tra fazioni generazionali. Ma è un dato di fatto che i giovani abbiano salari più bassi e meno tutele rispetto agli adulti: sono loro, quindi, i soggetti che avrebbero più diritto di dire se il reddito di cittadinanza è una misura necessaria o meno».

Resta il fatto che il meccanismo abbia fallito almeno per metà della sua funzione, ovvero quella relativa all’occupazione dei beneficiari.

«Infatti, questo genere di misure non dovrebbe avere nulla a che vedere con le politiche attive del lavoro. Nei disegni iniziali del famoso reddito di cittadinanza pensato dal Movimento 5 stelle, il sostegno non aveva questa natura ibrida. Poi, per placare le critiche di chi lo riteneva un disincentivo al lavoro, è stata aggiunta la parte relativa ai navigator, centri per l’impiego, eccetera. Il progetto è nato male, anche perché non si è tenuto conto in fase di scrittura della legge che la maggior parte dei fruitori non sono persone occupabili. Spesso, i beneficiari hanno un tasso di scolarizzazione basso, non lavorano da molto tempo, oppure sono troppo anziani. Problemi come questi non possono essere risolti dal reddito di cittadinanza: stiamo parlando di temi annosi come la dialettica centro-periferia, la frammentazione geografica del Paese. Il popolo degli abissi, che corrisponde a fasce di popolazione dimenticate ed emarginate dalla vita sociale, non può essere recuperato soltanto offrendo loro un posto a chilometri di distanza o impiegandoli nei servizi comunali di nettezza urbana. Eppure mi sembra che i media si concentrino più sui furbetti del reddito, che sono una minima parte rispetto ai percettori abbandonati a se stessi dallo Stato».

Anche la politica tende a concentrarsi più sui furbetti però…

«Sì, e mi sembra assurdo che in un Paese di tradizione cattolica, generalmente benestante, ci sia questa campagna così ossessiva sulle frodi. Mi piacerebbe vedere la stessa ossessione su chi approfitta indebitamente di detrazioni e agevolazioni improprie per le sue aziende. Ovviamente ben vengano i controlli, chi froda il reddito di cittadinanza gli fa un pessimo servizio, ma le modifiche più importanti in Manovra non sono state fatte. C’è stata una risposta all’attenzione collettiva sui controlli preventivi, mentre durante la pandemia abbiamo visto che l’allargamento dei criteri per i beneficiari ha sopperito alla mancanza di un reddito di emergenza. Grazie all’erogazione del reddito di cittadinanza si sono evitate pressioni sociali molto importanti».

Lei quali modifiche avrebbe apportato?

«Un esempio? Ecco, un punto a cui tengo molto è quello della scala di equivalenza dei nuclei famigliari. Premesso che in Italia fare un figlio rientra tra le cause di povertà più diffuse, è una grande forma di miopia del nostro Paese quella di far valere i minori la metà degli adulti nella scala di equivalenza per ottenere il reddito di cittadinanza. Vero che, lentamente, stiamo intervendo sul tema con l’assegno unico, ma si potevano cambiare le scale di equivalenza come ha suggerito anche la professoressa Saraceno. Poi c’è un’altra strada pericolosa che si sta percorrendo con il reddito di cittadinanza. Molto pericolosa: si impone ai comuni di dare un lavoro socialmente utile ad almeno un terzo dei residenti che beneficiano del sussidio. Ti aiuto, però ti devo far fare dei lavori pubblici. Parliamoci chiaro: se un beneficiario ottiene un reddito di cittadinanza pari a 400 euro e in cambio di quella cifra deve pulire le strade, i giardini della città, stiamo parlando di un rapporto di lavoro in cui c’è reciprocità? Parliamo di decine di migliaia di persone che potrebbero essere impiegate e invece potrebbero facilmente diventare vittime di rapporti subordinati e parasubordinati ibridi, passibili di ambiguità. Questo aspetto del reddito di cittadinanza mi ricorda lontanamente la New Poor Law approvata nell’Inghilterra del XIX secolo, con cui ai poveri veniva data una casa e del cibo in cambio del loro sfruttamento nelle workhouses».

Tornando alla questione della povertà giovanile, come dovrebbe intervenire lo Stato per risolverla?

«Io, personalmente, vedo tre strade. La prima è quella del salario minimo: in Italia abbiamo un serio problema di livelli salariali inadeguati, contratti pirata firmati da sindacati poco rappresentativi per cui i lavoratori vengono pagati anche tre euro l’ora. Se riuscissimo a introdurre un salario minimo di sette, otto euro orari sarebbe già una gran cosa. Sbagliano i sindacati confederali a opporsi: il salario minimo non è un ostacolo alla contrattazione collettiva, ma un punto di partenza per stipulare contratti che partano da una base dignitosa. La seconda strada è quella del diritto di lavoro: veniamo da 30 anni di precarizzazione dei contratti di lavoro e il decreto dignità ha invertito il tendo solo per pochi mesi. Il contratto tipico deve essere quello a tempo indeterminato. Tutte le altre formule contrattuali sono atipiche e devono essere applicata con una motivazione esplicita, di caso in caso. Invece, oggi l’Italia vive la contraddizione per cui il contratto atipico è diventato quello a tempo indeterminato. Infine, la terza strada è quella degli investimenti pubblici: bisogna chiudere definitivamente la stagione dell’austerità. Cosa c’entra con il lavoro dei giovani? C’entra, non si crea lavoro agendo per decreti, ma gli investimenti pubblici sì e spesso sono quelli a generare poi, di riflesso, nuove opportunità lavorative. La logica della precarietà, purtroppo, sta entrando persino nella pubblica amministrazione. Lo stiamo vedendo con i concorsi banditi a tempo determinato: anche la Pa, ogni tanto, si adegua alle peggiori logiche del mercato. Se ci fosse la volontà politica, queste tre strade potremmo iniziare a percorrerle già domani».

Leggi anche: