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Il capo ultras del Milan Lucci tradito dal cellulare criptato, il gip: «Era lui al vertice del traffico di droga»

Un meccanismo, quello messo in piedi dal tifoso della curva Sud milanista, che lo rendeva «inattaccabile», come avevano spiegato a loro tempo gli investigatori

Era Luca Lucci, il capo della Curva Sud milanista, tra gli arrestati di oggi – 17 dicembre – a Milano «al vertice dell’organizzazione» che pianificava «l’attività illecita senza mai partecipare attivamente, impartendo direttive attraverso il software Encrochat, installato su un telefono cellulare Bq Aquaris in suo possesso e con utenza telefonica olandese». Le informazioni vanno ad arricchire l’inchiesta per traffico di droga condotta dalla Squadra mobile del capoluogo lombardo. Nel corso delle operazioni guidate dalle forze dell’ordine tre indagati sono stati portati in carcere, quattro agli arresti domiciliari e uno sottoposto all’obbligo di presentazione alla Polizia Giudiziaria con divieto di dimora. Lucci in passato era rimasto coinvolto in molte inchieste per droga; è diventato noto perché si fece fotografare il 16 dicembre 2018 assieme all’allora vicepremier Matteo Salvini in occasione della festa per i 50 anni della Curva Sud. Inoltre, era stato condannato per aver sferrato un pugno, nel derby Milan-Inter del 15 febbraio 2009, al tifoso interista Virgilio Motta facendogli perdere un occhio.


Il “metodo Lucci”

Un meccanismo, quello messo in piedi da Lucci, che lo rendeva «inattaccabile», come già avevano spiegato gli investigatori. A tradire il capo ultras è stato il suo stesso metodo, quello dei criptofonini. Un castello di carta che è crollato nell’aprile 2020, quando la magistratura francese insieme a quella olandese sono riuscite, per altre vicende giudiziarie, a sequestrare i server di uno dei più noti fornitori di questi strumenti, il sistema EncroChat su cui si appoggia una delle più note marche, la Bq Acquaris. Tra collaborazioni internazionali, e mandati europei, gli investigatori della sezione Omicidi della Mobile milanese hanno quindi potuto fare accesso a decine di messaggi «che godendo della sicurezza della criptazione erano molto espliciti» e hanno inchiodato i sospettati alle loro responsabilità. In questo modo è emerso il traffico di droga: circa 100 chili al mese (in sei mesi di indagine) di hashish e marijuana, proveniente dal Marocco via Spagna, con anche un carico occasionale di cocaina dal Brasile.


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