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Chi era Angelo Burzi, l’ex consigliere piemontese suicidatosi la notte di Natale dopo la condanna per Rimborsopoli

La lunga e travagliata vicenda giudiziaria di “Rimborsopoli” lo aveva travolto nel 2013. Da quel giorno, non aveva mai più trovato pace

«Questa lettera serve a fare un non esaustivo elenco dei personaggi che hanno contraddistinto in maniera negativa la mia vicenda giudiziari in quasi dieci anni». Angelo Burzi era un ex consigliere della Regione Piemonte. La notte di Natale appena passata ha deciso di togliersi la vita, accompagnando il suo gesto con una lettera molto dura nei confronti della magistratura «iniqua e politicamente violenta» che ha lavorato all’inchiesta che lo ha coinvolto.


L’inchiesta e i primi gradi del processo

Al centro della sua esperienza giudiziaria c’era l’indagine nota con il nome di “Rimborsopoli” iniziata nel 2013. Quell’anno, la procura di Torino notificò a Burzi e ad altri 51 consiglieri regionali di aver aperto un’indagine su alcuni fondi pubblici messi a disposizione dei gruppi consiliari. Secondo i pm, quei soldi erano stati spesi in maniera impropria, facendone un uso non politico. Burzi era un nome noto nella scena politica: liberale da sempre, era stato uno dei fondatori di Forza Italia in Piemonte, era stato capogruppo in Regione per quattro legislature tra il 1995 e il 2010, e poi assessore al bilancio della giunta Ghigo. Fino all’ultimo si è dichiarato innocente. Come ricorda Il Riformista, in merito ai fondi utilizzati risulta che Burzi avesse chiesto il rimborso di 3.600 euro per un video elettorale girato nella campagna del 2010, e altri 27.000 euro per pagare delle consulenze per dei progetti di legge. L’assoluzione arriva nel 2016: la giudice che lui stesso cita nelle sue lettere, Silvia Bersano Begey, lo ritenne innocente, mentre condanna altre 10 persone. Nel 2018, poi, la Corte d’Appello ribalta la sentenza. Tutti i consiglieri coinvolti dai pm sono condannati, compreso Buzzi, che riceve una pena di 2 anni e 4 mesi per peculato. Un reato che lui stesso aveva definito davanti ai giudici «l’accusa più infamante per un amministratore pubblico».


La Cassazione e la condanna della Corte dei Conti

Dopo la sentenza, nel 2019 la Corte di Cassazione rimanda il processo in Appello. La sua pena venne aumentata a 3 anni per peculato svolto continuativamente dal 2008 al 2012. Nella lettera d’addio, Burzi scrive: «I possibili sviluppi stanno in un possibile nuovo ricorso in Cassazione, che avrà con grande probabilità un esito nuovamente negativo, diciamo alla fine del 2022. E qui iniziano i problemi seri perché interverrà la sospensione dell’erogazione del vitalizio per la durata della condanna». L’anno dopo, nel 2020, Burzi viene condannato dalla Corte dei Conti a un rimborso totale di oltre 37 mila euro alla Regione Piemonte. «Tutto ciò sia soggettivamente insostenibile, banalmente perché col vitalizio io ci vivo, non essendomi nel corso della mia attività politica in alcun modo arricchito», saranno le sue parole. La sera del 25 dicembre di quest’anno, Angelo Burzi, rimasto solo in casa, si è ucciso con un colpo di pistola. Prima di farlo ha chiamato i carabinieri informandoli sulle sue intenzioni, per fare in modo che non fosse sua moglie a trovare il corpo.

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