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Draghi, abbiamo un problema: perché le norme anti Covid sono così incomprensibili?

Norme illeggibili, testi che si contraddicono e sovrapposizione delle fonti: un caos normativo, urge un “testo unico dell’emergenza”

In questi giorni spopola sul web l’esilarante video di Giovanni Scifoni nel quale un povero cittadino chiama un numero verde per chiedere quali misure applicare in caso di positività al Covid. Il dialogo surreale che ne viene fuori fa molto ridere ma fa anche riflettere, perché si avvicina pericolosamente a quello che sta accadendo a tutti quelli che, in questo periodo, hanno dovuto affrontare le conseguenze pratiche della positività al Covid: una situazione di vero e proprio caos di regole. La combinazione tra colori delle zone (bianche, gialle, arancioni, rosse), scelta del tipo di Green Pass (ordinario, Super o Mega), tipologie di tamponi (domestici, antigenici e molecolari) e Decreti Legge (uno ogni pochi giorni) ha creato una babele di norme, prescrizioni e misure sostanzialmente impossibili da applicare alla lettera; al massimo, si può avere l’ambizione di avvicinarsi alla loro attuazione, ma pochi possono avere la certezza di seguire correttamente tutte le procedure esistenti.


Un caos che scaturisce da diversi motivi. Il primo è l’estrema velocità del virus, che rende tutto tremendamente più difficile; non c’è tempo per riflettere fino in fondo, si approvano misure che diventano obsolete e cambiano in pochi giorni, appena si capisce che la ricetta precedente non funziona.  Un secondo elemento, altrettanto grave ma finora poco considerato, è generata dal linguaggio criptico delle norme: seguendo un’antica – purtroppo – tradizione del nostro ordinamento, le regole vengono scritte in una lingua riservata a pochi eletti, come se fosse una forma di “sapere” destinata a non essere condivisa con la maggioranza dei cittadini.


È sufficiente leggere l’art. 8 dell’ultimo decreto legge anti Covid (il n. 221 del 24 dicembre scorso) per capire il problema: si legge nel comma 1 della norma che:

«Dal 10 gennaio 2022 fino alla cessazione dello stato di emergenza epidemiologica da COVID-19, l’accesso ai servizi e alle attività, di cui all’articolo 9-bis, comma 1, lettere c), d), f), g), h), del decreto-legge 22 aprile 2021, n. 52, convertito, con modificazioni, dalla legge 17 giugno 2021, n. 87, e’ consentito esclusivamente ai soggetti in possesso delle certificazioni verdi COVID-19, di cui all’articolo 9, comma 2, lettere a), b) e c-bis) del decreto-legge n. 52 del 2021, nonché ai soggetti di cui all’articolo 9-bis, comma 3, primo periodo, del decreto-legge n. 52 del 2021.»

Cosa impedisce al legislatore di scrivere (faccio un esempio) qualcosa come «dal 10 gennaio per accedere ai trasporti pubblici è obbligatorio il possesso del Super Green Pass?». Nulla, se non la presunzione di parlare solo a una cerchia ristretta di tecnici detentori delle competenze necessarie a decifrare testi normativi, e non all’intera cittadinanza.  Se il problema fosse circoscritto solo a questa norma, sarebbe tutto sommato risolvibile; ma purtroppo questa tecnica «lunare» di scrittura delle regole ha accompagnato tutti i decreti anti Covid approvati in questo biennio, inclusi quelli del Governo precedente, che scrisse usando la stessa forma i tantissimi DPCM protagonisti della prima fase (chi non ricorda le discussioni su cosa si intendesse per attività «sportiva», oggetto di definizioni complicatissime, o sul concetto di «affetti stabili»?).

Chiunque volesse capire quali norme vanno applicate, potrebbe verificare sul sito del Governo che esistono almeno 36 testi normativi, composti da centinaia e centinaia di commi scritti nel modo che abbiamo visto, cui si aggiungono centinaia di FAQ (semplici risposte pubblicate sui siti pubblici, prive di valenza normativa ma orami assunte a fonti del diritto), ordinanze locali, circolari ministeriali e accordi sindacali, dal contenuto non sempre coordinato e addirittura, a volte, contraddittorio (emblematico il caso della circolare del Ministero della salute emanata a fine anno, che descrive una regola sulla durata dell’autosorveglianza sanitaria diversa da quella prevista dal DL 221/2021).

Il Governo Draghi si è caratterizzato nei primi mesi di lavoro per la ricerca di una discontinuità con gli esecutivi precedenti, anche grazie alla nutrita schiera di tecnici arruolati per farlo lavorare al meglio; sarebbe opportuno che questi tecnici mettessero nell’agenda di lavoro del nuovo anno, tra le questioni più urgenti, la soluzione a questa vera e propria emergenza normativa, che non è un tema solo per giuristi ed esperti ma crea una ferita profonda tra chi scrive le regole, esigendone il rispetto, e chi è intenzionato ad applicare. 

Scrivere norme con un linguaggio chiaro e comprensibile è un dovere costituzionale del legislatore, una forma alta e democratica di esercizio del potere, che genera fiducia e rispetto verso le istituzioni. 
Gli strumenti per arrivare a questo risultato sarebbero tanti, ma più di tutti servirebbe un «Testo Unico dell’emergenza»: una raccolta coordinata delle regole vigenti, con una lista – scritta in italiano comprensibile – delle definizioni e una rivisitazione, in chiave semplificata, di quello che si può fare e quello che non si può fare. Una raccolta che dovrebbe anche seguire un filo conduttore finora colpevolmente ignorato da tutti i «legislatori dell’emergenza»: trovare meccanismi semplici da capire e memorizzare, senza pretendere che 60 milioni di persone siano in grado, giorno per giorno, di mescolare decine e decine di variabili per comprendere cosa si può fare e cosa no.

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