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Nei bollettini solo i contagi con sintomi? Stop dell’Iss ai governatori: «Così non sapremmo quanto e dove circola il virus»

Gli esperti dell’Iss insistono che contare i casi asintomatici non ha solo valore numerico, ma resta fondamentale per tenere sotto controllo la circolazione del virus

Non si possono scorporare i dati dei ricoverati con sintomi da Covid dai dati sugli asintomatici. Alle sempre più forti pressioni dei governatori ha risposto l’Istituto superiore di Sanità che ha ribadito il principio con cui dovrebbe essere costruito il bollettino sull’andamento della pandemia, sempre più in discussione almeno nella sua frequenza quotidiana. Il monitoraggio, secondo gli esperti dell’Iss: «deve contenere i positivi e non solo i casi con sintomatologia più indicativa di Covid-19 (sintomi respiratori, febbre elevata, alterazione gusto e olfatto)». E ha poi sottolineato che «la maggior parte delle infezioni, in particolare nei vaccinati, decorre in maniera asintomatica o con sintomi molto sfumati. Non sorvegliare questi casi, limiterebbe la capacità di identificare le varianti, le loro caratteristiche e non potremmo conoscere lo stato clinico che consegue all’infezione nelle diverse popolazioni». Inoltre, «non renderebbe possibile monitorare l’andamento della circolazione del virus nel tempo».


La lettera delle Regioni al Governo

Le parole dell’Iss sono una risposta a quanto richiesto dai presidenti di Regione che invece stanno valutando la possibilità di inviare una lettera al ministero della Salute per chiedere di considerare casi Covid solo i sintomatici nel conteggio dei positivi ricoverati e di escludere chi ha anche altre patologie. «Oggi – spiega l’Emilia Romagna – i parametri includono pazienti che entrano in ospedale per altre patologie e poi risultano positivi ma senza sintomi. Parametri da cui dipendono le fasce di colore e quindi misure restrittive ed eventuali nuove chiusure, quando l’impegno di tutti deve essere rivolto al contrasto della pandemia basato su dati in grado di fotografare meglio la realtà». Secondo Luca Zaia, inoltre, «il massimo organo europeo per le pandemie, l’Ecdc, spiega che si definisce “caso” un soggetto ammalato, con malattia respiratoria acuta o sintomi simil influenzale, o quando il tampone è positivo. Cosa significa? Che il paziente senza sintomi, o quello che a sintomi ma non è positivo, non sono “casi” Covid».


Perché non è solo una questione di numeri

In realtà inserire gli asintomatici nel bollettino giornaliero non è solo una mera questione numeri. L’importanza di monitorare i casi, «non va confusa con i criteri con cui si decidono le indicazioni per casi e contatti». L’infezione da SARS-CoV-2, rileva, dà una sintomatologia «variegata e in evoluzione anche per la comparsa di nuove varianti virali che interagiscono in modo spesso diverso con il nostro organismo». Escludere i casi asintomatici, «non renderebbe possibile monitorare l’andamento della circolazione del virus nel tempo e, di conseguenza, i rischi di un impatto peggiorativo sulla capacità di mantenere adeguati livelli di assistenza sanitaria anche per patologie diverse da Covid-19».

Cosa significa essere un “caso Covid”

La definizione di “caso” utilizzata nella sorveglianza epidemiologica, tuttavia, non definisce le misure di auto sorveglianza e quarantena. E «non comprende i contatti dei casi confermati e la stessa sorveglianza non ne monitora l’andamento nel tempo». Oltre a non definire le misure di isolamento: «Sebbene esse abbiano in comune una esigenza di conferma diagnostica che si avvale di test antigenici e molecolari – rileva l’Iss – un caso positivo secondo la definizione della sorveglianza viene valutato in base ad una serie di criteri, riportati nella circolare del Ministero della Salute del 30 dicembre 2021, per definire le diverse modalità di isolamento».

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