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«Datemi le prove che mio figlio è vivo», il caso della madre russa che ha riconosciuto il figlio soldato in un video ucraino

«Qui va tutto bene mamma», poi più nulla fino al quel 27 febbraio quando sul cellulare della madre Lyuba si fa vivo un ufficiale ucraino. «È nostro prigioniero». Da allora nessuno dell’esercito di Mosca ha più dato spiegazioni

Giovanissimi, impauriti e trascinati in una guerra che non vogliono combattere, sono questi molti dei soldati dell’esercito di Putin, le cui storie continuano a trapelare dai pochi giornalisti russi indipendenti rimasti sul territorio. «Qui va tutto bene mamma». Prima di quel terribile 27 febbraio le telefonate di Danya, 20 anni, fatte dall’unità dell’esercito russo erano di rassicurazione per la povera madre Lyuba, chiusa in casa a Sokol, cittadina russa vicino a Vologda. «Dopo la smobilitazione entrerò nella facoltà di medicina per diventare neurochirurgo, starò con te per due settimane, mamma, e ti farò conoscere anche Zhenya». La speranza di riabbracciarsi però si interrompe quando le telefonate di Danya cominciano a non esserci più. «Danya è qui in sede, non è partito per l’Ucraina», a rispondere al telefono ora sono i colleghi dell’unità. Poi neanche più quelli. La famiglia del ragazzo continua a chiamare ma ora dall’altra parte della cornetta una musichetta allegra ha perfino preso il posto del segnale acustico per lasciare messaggi. Da lì il silenzio più assoluto fino a quel terribile 27 febbraio.


«Stavo andando al lavoro, avevo il turno di notte», ricorda Lyuba intervistata da Novaya Gazeta, il periodico russo indipendente con ancora qualche giornalista sfuggito agli arresti di Putin. «Arriva un sms: “Sono un ufficiale dell’esercito ucraino, sai dov’è tuo figlio?”». Di seguito il nome, il cognome, la data di nascita di Danya. «È nostro prigioniero, in Ucraina». Il messaggio continua con la foto di un giovane bendato. «L’ho subito riconosciuto», racconta Lyuba che va avanti a ricordare. «Subito dopo hanno chiamato in collegamento video, lui era senza volto coperto e ci hanno fatto parlare. La prima cosa che ho chiesto è stata: “Figlio, hai firmato il contratto?”. Ha detto: “No, mamma, non ho firmato”».



Tatyana Britskaya / Novaya Gazeta|Danya Vorobyov, foto dell’esercito 

Quella conversazione con suo figlio Lyuba l’ha registrata. Il video che conferma la cattura è la sua principale prova di quanto l’esercito russo abbia mentito e stia tuttora mentendo. «Le richieste scritte sono state inviate agli uffici della procura militare e distrettuale, al comando del distretto militare occidentale, all’FSB, all’unità militare. Siamo stati nell’ufficio di registrazione e arruolamento militare, nell’ufficio del procuratore militare, alla Croce Rossa», elenca l’avvocato Anna Smirnova che aiuta Lyuba Vorobyeva gratuitamente. «Per il momento non c’è alcuna conferma ufficiale della cattura del soldato Vorobyov da parte del Ministero della Difesa ma non c’è nemmeno una confutazione. Se tutto quello che Lyuba ha visto è un fotomontaggio o un falso, che si mostri alla madre un figlio vivo e sano», continua Smirnova.

«Ho dato loro un figlio»

«Vi chiedo di trovare mio figlio, di informarmi su dove si trova e sullo stato di salute. Vi chiedo di prendere urgentemente misure per riportare mio figlio nel territorio della Federazione Russa. Vi chiedo di verificare la legittimità del suo coinvolgimento in un’operazione militare sul territorio dell’Ucraina e di riferire sui risultati di tale controllo». L’appello della madre del giovanissimo soldato ora si rivolge a chiunque possa aiutarla. Dove esattamente Danya sia stato fatto prigioniero e dove si trovi ora Lyuba non lo sa. «Da un messaggio di un numero ucraino sconosciuto sappiamo solo del trasferimento di Danya per opera della polizia militare ucraina ma niente di più», continua la madre. Nel frattempo l’esercito russo tace, non una mezza parola. «È questa indifferenza e indifferenza per i nostri figli – non solo per mio figlio – che colpisce», denuncia Lyuba. «Ho dato loro un figlio per adempiere al dovere verso la Patria e guardate come lo trattano».

«La pressione per non farci parlare»

Oltre al dolore per la scomparsa di Danya la famiglia del giovane soldato ora subisce una forte pressione mediatica dal Paese che dovrebbe aiutarla. Quando sulle reti televisive sono apparse le prime notizie di un connazionale che era stato fatto prigioniero, sui Vorobyov si è riversato fango: accusati di costruire falsi e di mentire su tutta linea. «Ci sono stati appelli che consigliavano di non ricevere giornalisti. Sentivamo che si temeva una protesta pubblica, perciò hanno tentato in tutti i modi di evitare il rilascio di informazioni al di fuori della famiglia e della regione», racconta Smirnova. Tutta Sokol e una buona metà della regione conoscono già la storia di Danya. I volontari hanno creato un gruppo di aiuto sui social network cercando come possono di scambiarsi informazioni. Lyuba chiede senza sosta sullo scambio di prigionieri ma le uniche strade sono quelle non ufficiali. Quelle ufficiali, sia russe che ucraine, scelgono ancora di non confermare nessuno scambio. «Danya tornerà. Pregherò. Riuscite a immaginare quante madri stanno pregando in questo momento? Dio non potrà farlo per tutte credo».

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