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Ha urlato “aiuto” ma non sono riusciti ad individuarlo: cosa sappiamo della morte dell’operaio finito in un vano ascensore alla Farnesina

Fabio Palotti sarebbe morto poco prima delle 19 del 27 aprile, ma il suo corpo è stato ritrovato solo la mattina dopo. L’autopsia attesta la morte sul colpo per schiacciamento

Un funzionario avrebbe sentito qualcuno gridare «aiuto» tra le 18.25 e le 19 di mercoledì 27 aprile, oltre 12 ore prima del ritrovamento del corpo di Fabio Palotti, l’operaio di 39 anni schiacciato da una cabina ascensore all’interno del Palazzo della Farnesina, sede del ministero degli Esteri a Roma. I carabinieri del drappello interno del ministero, allertati dal funzionario, avrebbero quindi effettuato un sopralluogo per risalire all’autore delle grida, ma senza individuare nessuno. È quanto emerge sulla morte di Palotti, su cui il pm Antonino Di Maio sta indagando per omicidio colposo contro ignoti, cercando di ricostruire gli ultimi momenti dell’operaio romano. Sono ancora tanti i punti da chiarire, dall’esatto orario del decesso al mistero del telefono personale di Palotti, che non è stato ancora ritrovato, a differenza di quello di servizio. Intanto, i primi risultati dell’autopsia, eseguita questa mattina 2 maggio all’Istituto di medicina legale del Politecnico Gemelli di Roma, hanno stabilito che l’uomo è morto sul colpo a causa delle gravissime lesioni da schiacciamento.


La ricostruzione

Il corpo di Fabio Palotti, che lavorava come ascensorista per un’azienda di manutenzione affiliata alla Farnesina, era stato rinvenuto da un collega la mattina del 28 aprile nel vano di un ascensore su cui stava eseguendo un normale intervento di manutenzione. Da solo, come da protocollo. Ma la sua morte risalirebbe appunto al pomeriggio precedente: sembrano confermarlo non solo la testimonianza del funzionario del ministero, ma anche gli ultimi segnali del suo cellulare, che risalgono alle 18.25 di mercoledì 27 aprile. Quel pomeriggio l’uomo aveva iniziato il suo turno alle 14.30 e doveva staccare alle 22.


La compagna, non vedendolo tornare a casa, non si era allarmata, perché «quel giorno avevano avuto un piccolo diverbio, quindi poteva starci che quella sera volesse stare da solo e passare la notte dai genitori», ha spiegato l’avvocato della famiglia della vittima, Michele Montesoro. Poi la tragica scoperta la mattina successiva, quando la donna ha chiamato i genitori dell’uomo per avere sue notizie, già contattati dal collega del figlio, allarmato dalla presenza dell’auto di Palotti nel parcheggio della Farnesina.

Ora si spera che la perizia tecnica sulla cabina dell’ascensore e le immagini delle telecamere possano dare risposte sulla dinamica dell’incidente: ciò che appare certo è che l’operaio abbia tentato invano di mettersi in salvo nello spazio strettissimo (appena 20 cm) che separa le pareti del vano ascensore dalla cabina. Quello che sarà più difficile stabilire è perché l’ascensore, chiamato da qualcuno, si sia messo in moto nonostante la fase di manutenzione: per il momento le ipotesi sul tavolo degli inquirenti sono quelle di un malfunzionamento del comando di blocco o una tragica dimenticanza dell’operaio.

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