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Esercito comune europeo, sì o no? L’eurodeputato Campomenosi (Lega): «Superfluo, bisogna puntare sulla Nato» – L’intervista

In occasione dell’EUth Debate 2022, di cui Open sarà media partner, proponiamo una riflessione sull’opportunità per l’Europa di dotarsi di una difesa comune. Ecco il punto di vista dell’europarlamentare leghista

L’esercito comune è tornato nell’agenda politica dei Paesi europei. La nuova crisi del blocco occidentale con la Russia, provocata dall’invasione dell’Ucraina, ha fatto sì che i leader delle Istituzioni dell’Unione riprendessero a confrontarsi seriamente sui temi della difesa comune e della sicurezza. La vicepresidente del Parlamento europeo Pina Picierno ha dichiarato in un’intervista a Open che senza un corpo militare unico l’Europa non è più credibile nemmeno ai tavoli diplomatici, e che la sua istituzione dovrà passare presto per l’eliminazione dell’unilateralità. Senza rinunciare all’alleanza con la Nato, l’Ue dovrà essere pronta a tenere insieme una visione di politica estera condivisa e la sua applicazione pratica in termini di difesa. Ma il tema, trattato da Open in previsione dell’EUth Debate 2022 – di cui è media partner – fa discutere oggi come in passato. Non è la prima volta che gli Stati membri provano a confrontarsi sul tema, ma a marzo c’è stata l’accelerazione di Emmanuel Macron, che ha ospitato i capi di stato a Versailles per riaprire il discorso nel quadro della Bussola Strategica, il piano di cooperazione Ue varato in queste settimane di crisi. Il tavolo di confronto dell’Euth Debate 2022, che si terrà il 14 maggio all’auditorium dell’Università di comunicazione e lingue Iulm di Milano, sarà visibile in diretta streaming sul sito di Open.


«Meglio più eserciti che cooperano tra loro e con la Nato»

EPA/JULIEN WARNAND | Il presidente americano Joe Biden con il presidente del Consiglio Ue Charles Michel

Ma nella platea di europarlamentari, c’è chi resta scettico. «Un esercito di Stati che già sono in coordinamento tra loro? Lo troverei superfluo». L’europarlamentare della Lega Marco Campomenosi ha diversi dubbi sui progetti di difesa presentati in Ue in questi mesi. Pur riconoscendo che l’esercito comune potrebbe avere una sua ragion d’essere in termini di razionalizzazione dei costi militari, Campomenosi ritiene che si tratterebbe semplicemente di un «doppione» rispetto alle cooperazioni già esistenti – quella con la Nato su tutte. Secondo Campomenosi, quello su cui bisognerebbe lavorare è una maggiore condivisione di progetti anche in sede europea tra i singoli eserciti, rafforzando contemporaneamente i rapporti con gli attori Nato non europei (principalmente Usa e Regno Unito). Bisogna distinguere, cioè, tra difesa comune ed esercito comune. «Per me è più importante contare all’interno della Nato – spiega – arrivando finalmente a quella spesa del 2%, che da tanti anni gli Usa ci chiedono».


Il ruolo ingombrante della Francia

EPA/RONALD WITTEK | Da sinistra: Il primo ministro portoghese Antonio Costa, il presidente francese Emmanuel Macron, la presidente del Parlamento Ue Roberta Metsola, la presidente della Commissione Ue Ursula von der Leyen

Oltretutto, per Campomenosi, il progetto dell’esercito non è esente da rischi. «Non vorrei che qualcuno come la Francia, che storicamente ha rapporti un po’ particolari con la leadership della Nato, voglia spingere su questo progetto per interessi personali». Lo stesso Emmanuel Macron, neoeletto presidente della Francia e a cui spetta la presidenza di turno del Consiglio dell’Unione europea fino a giugno 2022, ha puntato molto in campagna elettorale su questo tema. Basti pensare al vertice di Versailles di marzo: essere determinanti negli scenari geopolitici mondiali è da sempre una necessità interna francese propria a tutti i partiti. A preoccupare di più Campomenosi in quest’ottica è la gestione del progetto e chi prenderebbe davvero le decisioni: «Come la Germania ha sempre dettato le scelte in ambito macroeconomico a Bruxelles, così temo farebbe la Francia in tema di difesa e di azione militare», dice.

I dubbi sulla gestione del progetto

Davanti a uno scenario del genere, chi garantirebbe gli interessi dell’Italia? E cosa succederebbe se Roma non riuscisse a farsi ascoltare da Bruxelles nelle battaglie per lei importanti? «Diverse volte Bruxelles si è dimostrata lontana dai nostri interessi, e non mi fido di come andrebbero le cose», dice Campomenosi. I dubbi sono legittimati dal fatto che, come detto, nell’Unione europea non esiste ancora una politica estera condivisa che possa orientare chiaramente le decisioni. «Se si riproponesse uno scenario come quello in Libia con la caduta di Saddam Hussein, cosa avremmo deciso di fare con il nostro esercito? Ne avremmo appoggiato la caduta, o lo avremmo difeso? Non esiste un’Europa unita in questo senso. Ed è su questo punto che dovremmo concentrarci».

Questo articolo è realizzato in collaborazione con la Commissione Europea in vista della finale dello EUth Debate 2022 .

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