Scopri di più su DOMINO, la nuova rivista sul mondo che cambia

Siccità, dal razionamento dell’acqua all’acquisto dei depuratori: così le Regioni si muovono per evitare la «tempesta perfetta»

In attesa della riunione della Conferenza Stato-Regioni, da Bologna a Bracciano i comuni prendono iniziative per arginare la crisi. «Riduciamo al minimo gli usi dell’acqua diversi dal bere e dall’igiene personale»

L’Italia sta morendo di sete. È uno scenario drammatico quello che fotografano in queste ore sindaci, assessori e presidenti di Regioni, reclamando all’unanimità lo stato d’emergenza nazionale. Manca acqua dappertutto. Fiumi ridotti a lingue di terra riarsa, laghi come pozzanghere, campi trasformati in deserti polverosi con qualche germoglio boccheggiante. Non resta che agire drasticamente per evitare una catastrofe, temuta anche dalla Comunità europea, dove il vicepresidente Frans Timmermans ha denunciato in conferenza stampa la situazione di «siccità estrema» che riguarda proprio il nostro Paese. Così, mentre comincia la riunione straordinaria della Conferenza Stato-Regioni a cui partecipa anche il Capo della Protezione Civile, Fabrizio Curcio, per decidere se dichiarare lo stato d’emergenza nazionale, alcune regioni sono già corse ai ripari.


Gli inviti al razionamento

Il governatore dell’Emilia Romagna Stefano Bonaccini ha firmato ieri, 21 giugno, lo stato di crisi regionale e l’assessora all’Ambiente Irene Priolo ha invitato i comuni ad adottare ordinanze per limitare i consumi non essenziali d’acqua con indicazioni di fasce orarie e attività. «Non è il momento di lavare l’auto», ha detto Priolo, «ma di risparmiare per avere acqua da bere». Il direttore dell’Atersir (Agenzia regionale per i servizi idrici e i rifiuti) Vito Belladonna è sceso ancor più nel dettaglio: «L’idea è quella di ridurre al minimo gli usi diversi dal bere, dall’igiene personale e dal cucinare. Quindi anche razionalizzare le lavatrici, per esempio. E magari se bevessimo anche l’acqua del rubinetto invece di quella minerale non sarebbe male. In ogni caso le ordinanze andranno calate nei singoli territori: la situazione non è la stessa in tutti i Comuni».


La zona del Po in agonia

Il termometro della situazione lo dà più che mai il fiume Po, che ansima a una portata di 180 metri cubi al secondo, a -3,3 metri rispetto allo zero idrometrico. Con conseguenze allarmanti. Da quattro giorni Enel ha interrotto l’attività della centrale idroelettrica di isola Serafini, a valle della frazione di San Nazzaro, dove il fiume si divide in due rami. Il canale emiliano-romagnolo, nel Ravennate, è in stato di allerta. «Se continuano queste portate – insiste Priolo – avremo anche il problema della risalita da cuneo salino, con l’acqua del mare che potrebbe arrivare a lambire gli impianti di approvvigionamento. Se i grandi laghi non cominciano a rilasciare più acqua rischiamo di avere problemi: alcuni collaborano, altri meno, anche per questo serve lo stato di emergenza nazionale». In alcune zone della regione il quadro è ancora più delicato. «Ferrara, Ravenna Parma e Piacenza sono a possibile rischio idropotabile», continua l’assessora. «Le ordinanze in quei casi servono per evitare di arrivare con le botti». Alcuni comuni, come Bologna, le hanno già emesse, ma altri no.

La crisi idrica di Bracciano

Uscendo dall’Emilia-Romagna, lo scenario non migliora affatto. Nel Lazio gli occhi sono puntati sul lago di Bracciano, che dopo la gravissima crisi idrica del 2017 si sta riducendo di mezzo centimetro al giorno. Colpa dell’assenza di piogge, osserva il sindaco del comune, Marco Crocicchi, che proprio ieri ha firmato un atto «per limitare l’utilizzo della risorsa idrica unicamente a scopi potabili e a fini igienico-sanitari». Vietato, dunque, utilizzare l’acqua pubblica per irrigare orti e giardini, per il riempimento di piscine, il lavaggio di veicoli o di pavimentazioni esterne. Dall’ordinanza sono esclusi i prelievi destinati all’igiene urbana e quelli degli esercizi commerciali, per i quali l’acqua è indispensabile allo svolgimento dell’attività. «Lo scenario attuale non prevede la necessità di un razionamento o di un approvvigionamento a turnazione», spiega Crocicchi. «Stiamo già lavorando con Acea Ato2 sulla gestione della pressione. Per ora procediamo così, se la situazione dovesse cambiare faremo altre valutazioni». 

La crisi agricola in Veneto

Allarme rosso anche in Veneto, dove il mais sta arrivando alla spigatura, cioè alla formazione delle pannocchie, senza acqua sufficiente. Tradotto: le piante produrranno solo foglie, senza frutti. E altri raccolti andranno buttati. A rischio il trapianto del radicchio, rituale di metà luglio a cui tanti agricoltori pensano di rinunciare per paura che continui la siccità. «La nostra posizione è di chiudere tutta l’acqua possibile in questo momento», spiega Andrea Crestani, direttore di Anbi (associazione nazionale bonifiche e irrigazioni), che parla di «tempesta perfetta» riferendosi al disastro che ha investito il Paese. C’è bisogno di attingere dai laghi, ma bisogna procedere con attenzione, fa notare. «Al momento stiamo distribuendo non più del 60% dell’acqua disponibile. Non c’è la possibilità di prelevarne di più».

Il divieto d’utilizzo dell’acquedotto per usi non domestici

E con il cuneo salino risalito fino al Delta del Po, quasi tutte le derivazioni idriche sono già state chiuse per una distanza di oltre 20 km. «Ormai il sale sta entrando dalla falda. Una situazione mai vista» chiude Crestani. In Polesine è arrivato proprio in questi giorni un desalinatore spagnolo per depurare l’acqua. Da qui alla Bassa Padovana sono decine i comuni in cui i sindaci hanno emanato ordinanze che vietano l’uso della rete dell’acquedotto per impieghi diversi da quello domestico con tanto di multe dai 25 ai 500 euro. Arrivati a questo punto, il reclamo dello stato di emergenza è unanime.

Leggi anche: