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Il premier del Kosovo: «Dietro la Serbia c’è Putin, il rischio che scoppi un’altra guerra è alto»

Albin Kurti auspica un ingresso rapido nella Nato per il suo paese. Ed è preoccupato per le operazioni militari al confine

Il premier kosovaro Albin Kurti dice che dopo le tensioni con la Serbia il rischio che scoppi una guerra è alto. Perché dietro Belgrado c’è Putin. E sostiene che gli uomini incappucciati che hanno manifestato domenica è «gente a libro paga di Belgrado». Mentre auspica che il proprio paese entri al più presto della Nato. Nell’intervista rilasciata a Repubblica Kurti esordisce spiegando le ragioni del conflitto: «Siamo una democrazia che confina con un’autocrazia, del resto. Prima dell’invasione dell’Ucraina le possibilità erano poche, ora la situazione è cambiata. Il primo episodio, conseguenza dell’idea fascista di panslavismo che il Cremlino ha, è stato l’Ucraina. Se avremo un secondo episodio, ad esempio in Transnistria, allora le probabilità che una terza guerra si sviluppi nei Balcani occidentali, in Kosovo in particolare, saranno altissime».


Le targhe della discordia

Poi mette insieme gli elementi che gli fanno dire che Mosca comanda Belgrado: «Il 25 novembre scorso il premier serbo Vucic era a Sochi: era il diciannovesimo incontro con Putin in dieci anni, in media si vedono due volte all’anno. Non è normale per dei leader di governo. In quell’occasione Vucic ha poi detto: “Abbiamo parlato di doppi standard e delle ipocrisie nelle relazioni internazionali. Putin ne è consapevole. Io gli ho mostrato il Nord del Kosovo sulla mappa”». A preoccuparlo sono anche le operazioni militari: «Lo scorso anno hanno pianificato 91 esercitazioni militari congiunte e ne hanno fatte 104. Le due più importanti si chiamano Scudo Slavo e Fratellanza Slava. Dall’agosto del 2001 la Serbia ha installato attorno al Kosovo 48 basi operative avanzate, 28 dell’esercito e 20 della gendarmeria. I veterani serbi sono diventati tutti pro-Russia. Come dire: il pericolo c’è e lo avvertiamo».


Nel colloquio con Fabio Tonacci, Kurti tiene il punto sul problema delle automobili: «Convertire le targhe introdotte da Milosevic è una decisione del mio governo. Hanno due mesi di tempo. Lo stesso vale per i documenti: domenica, per le poche ore in cui è stata in vigore, nei valichi di confine rimasti aperti ne sono stati dati 2.679 senza incidenti. Ecco perché hanno dovuto chiamare qualcuno per le barricate: la protesta non si è generata spontaneamente dal basso, è stata organizzata da Belgrado e supportata dalla Russia».

Infine, tra i manifestanti, «alcuni erano proprio criminali, dallo scorso anno finiti sulla lista nera del Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti. Mi riferisco a Radoicic e Veselinovic. È stato un deja vu: quel metodo era usato dai serbi già nei rimi anni Novanta durante la disgregazione della Jugoslavia. Ma il Kosovo oggi è un Paese democratico, possono fare molto poco. Sono frustrati perché la nostra economia, nonostante non ci riconoscano come Stato, sta fiorendo».

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