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Il boss della Banda della Magliana: «Su Emanuela Orlandi il Vaticano deve dire la verità»

Maurizio Abbatino, il “Crispino” della Bandaccia, torna a parlare dei legami tra Santa Sede e criminalità. Chiamando in causa Casaroli

È diventato famoso per il personaggio del Freddo nella fiction Romanzo Criminale. Ma il vero soprannome di Maurizio Abbatino era Crispino, per via dei capelli. Oggi quello che viene definito come ex boss della Banda della Magliana – anche se le sentenze hanno sempre negato il vincolo associativo tra i criminali testaccini e i maglianesi che negli anni Settanta e Ottanta hanno gestito spaccio e altre attività malavitose nella Capitale – torna a parlare. Sulla scomparsa di Emanuela Orlandi. La storia della cittadina vaticana sparita nel nulla il 22 giugno 1983 in Corso Rinascimento è tornata in auge dopo la scoperta della sparizione della bara di Katty Skerl. A legare i due casi c’è un testimone, Marco Accetti, che si è presentato prima in tv a Chi l’ha visto? e poi in procura per autodenunciarsi addossandosi un ruolo nella scomparsa di Emanuela.


Romanzo criminale

In più, nei giorni scorsi Repubblica ha ripescato il caso di Salvatore e Marco Sarnataro. Il padre, Salvatore, si è presentato alcuni anni fa a piazzale Clodio per dire che il figlio, prima di morire, gli ha confessato di aver partecipato al sequestro Orlandi su ordine di Enrico De’ Pedis detto Renatino. Ovvero Il presidente, come veniva chiamato perché in carcere organizzava il torneo tra i detenuti. Sulla Magliana e il caso Orlandi ha indagato per anni la procura di Roma. Archiviando alla fine l’intero fascicolo su decisione dell’allora capo della procura Giuseppe Pignatone. Una decisione contestata dal suo predecessore Giancarlo Capaldo.


Oggi Abbatino, che è stato sentito all’epoca dei fatti così come Antonio Mancini detto Accattone (Ricotta, nella fiction, in quanto fan di Pier Paolo Pasolini), premette che del caso non ha alcuna conoscenza diretta. Ma ricorda benissimo, in compenso, i legami tra il Vaticano e Renatino. Che, va ricordato, non è mai stato condannato con sentenza definitiva per aver fatto parte della Bandaccia. I contatti con la Santa Sede, ricorda Abbatino, De Pedis li aveva ereditati da Franco Giuseppucci. Ovvero Er Fornaretto, indicato come il primo boss del sodalizio criminale. E accusa: «Quando la banda era unita, a fine anni Settanta, organizzammo l’evasione di un ragazzo dal carcere minorile di Casal del Marmo. Avevamo potuto contare su un aiuto esterno. Quello di Agostino Casaroli, futuro segretario di Stato in Vaticano».

Casaroli e De Pedis

La conoscenza tra membri della Banda e Casaroli è stata confermata proprio da Mancini. Che però ha anche detto di averlo conosciuto in carcere, quando Casaroli si occupava dei detenuti. Abbatino racconta che Casaroli gli aprì la porta per farlo parlare con il giovane che doveva aiutare ad evadere. Il giorno dopo andò in scena la fuga. Secondo Crispino De Pedis venne trasferito in un’ala meno dura del carcere di Rebibbia proprio dopo un intervento di Casaroli. Mentre Sabina Minardi, “superteste” smentita in gran parte dei suoi racconti, secondo Abbatino «mischia cose vere e cose false».

Dopo i processi ai componenti della Banda Abbatino divenne teste chiave anche nel caso Pecorelli. Disse che Giuseppucci gli aveva rivelato che a uccidere il giornalista era stato Massimo Carminati su ordine di Pippo Calò (il cassiere della mafia) e Danilo Abbruciati (ovvero l’uomo che gambizzò il presidente del Banco Ambrosiano Rosone e morì nell’attentato). La sua testimonianza venne ritenuta inattendibile. Il tribunale assolse tutti gli imputati. Tra cui Giulio Andreotti.

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