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Perché l’addio di Ryanair ai viaggi a un euro non segna la fine dei voli low cost

L’aumento dei costi energetici sta mettendo in difficoltà le compagnie aeree. Ma ci sono ancora speranze per una ripresa

Ryanair ha annunciato la fine dei viaggi a 10 euro. Le parole del numero uno dell’azienda, Michael O’Leary, sono state chiare: l’aumento dei costi del carburante sta rendendo insostenibile la vendita dei biglietti a poco prezzo. Sta quindi per finire l’era dei low cost? Non tutti sono d’accordo. «Non parlerei della fine di un’epoca né tantomeno di un impatto negativo sulla circolazione negli aeroporti». A dirlo è Carlo Borromeo, presidente dell’associazioni confindustriale Assaeroporti, a Il Resto del Carlino. I numeri, secondo quanto riporta, segnalano una buona ripresa del mercato aereo dopo la pandemia. Più veloce di quanto previsto.


«Emergenza nazionale»

Le persone, dopo i lockdown, sono tornate a voler viaggiare. «Il ritorno ai volumi del 2019 – specifica Borromeo – era previsto nel 2025: se continuiamo con questi ritmi, ci arriveremo nel giro di poche settimane». Ma quanto incidono i guadagni dai voli low cost sulle compagnie aeree? Giulio Manunta, responsabile in diverse compagnie europee, spiega che in realtà questi prezzi sono da sempre «uno strumento più di marketing che di effettivo ricavo», dice al Corriere della Sera. «Normalmente il 3-5% dei sedili di un volo viene offerto a quei prezzi. Tutti gli altri posti costano progressivamente di più». Questo, però, non smentisce quanto detto da Michael O’Leary di Ryanair.


Il caro carburante e tutte le conseguenze degli aumenti energetici nati dalla guerra in Ucraina sono una realtà, hanno effetti sugli introiti delle compagnie aeree. Le associazioni dei consumatori, come Codacons e Unc (Unione nazionale consumatori) da mesi denunciano come il settore degli aerei sia tra i più sofferenti per l’inflazione. I prezzi dei voli europei sono schizzati alle stelle: al 168,4% in più rispetto al luglio 2021. Non sono da meno quelli intercontinentali saliti del 125,7%. A stimarlo è Unc che segnala però una situazione più rassicurante per i voli nazionali, cresciuti dell’11%. Carlo Rienzi, presidente di Codans, è allarmato e parla di “emergenza nazionale”.

Ma c’è chi rassicura: «Non è la fine dei low cost»

C’è anche chi rassicura. Il presidente dell’Ente nazionale per l’aviazione civile (Enac), Pierluigi Di Palma, crede che quanto preannunciato dal capo di Ryanair non deve allarmare. «Il terremoto che in tanti hanno paventato non ci sarà» dice al Resto del Carlino e aggiunge – con sguardo ottimista – che è un’occasione per riflettere sul settore dell’aviazione, che cambia in continuazione. Secondo Di Palma, non è la fine di un’epoca, ma «l’inizio di una nuova fase nel ciclo di vita delle compagnie low cost». Il modello di sviluppo di quest’ultime, spiega il presidente di Enac, è strettamente connesso alla liberalizzazione del trasporto aereo sul mercato europeo avviata dalla metà degli anni ’90.

Questo ha permesso la nascita di nuovi spazi per gli aerei low cost, i cosiddetti aeroporti secondari. «Le dinamiche della liberalizzazione con la pandemia hanno subito un’accelerazione, contrariamente alle previsioni di alcuni», dice il presidente di Enac. E ha avuto la meglio «chi ha saputo accaparrarsi più passeggeri dopo la lunga stasi degli ultimi due anni». I rincari, pertanto, ci sono e hanno effetti sui prezzi dei biglietti, ma i voli low cost non finiranno di esistere. Le persone continueranno a viaggiare? Sì, secondo Di Palma. «Non si tratta, per ora, di rincari tali da scoraggiare i programmi di viaggio. Le nostre previsioni parlano anzi di un aumento del traffico aereo, nei prossimi vent’anni, dagli attuali 4 a 8 miliardi di persone».

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