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Berlusconi: «La flat tax riduce l’evasione fiscale». No! È falso

Non ci sono prove scientifiche a sostegno della dichiarazione del Cavaliere. Secondo gli studi, la flat tax potrebbe funzionare solo coadiuvata da controlli severi e un cambiamento nei metodi di pagamento

Il 24 agosto, in un’intervista con Il Riformista, il presidente di Forza Italia Silvio Berlusconi ha difeso la proposta del suo partito di introdurre una flat tax al 23 per cento, ossia di tassare i redditi di tutti i contribuenti con quest’unica aliquota, riformando l’attuale sistema dell’Irpef. Secondo Berlusconi, la flat tax, «ovunque è stata applicata», ha contrastato l’evasione fiscale, facendo emergere «molto sommerso». L’idea che un sistema di tassazione con un’unica aliquota contribuisca a ridurre l’evasione fiscale è stata rilanciata diverse volte anche dal leader della Lega Matteo Salvini. Ma sta in piedi? A oggi, gli studi a disposizione sono concordi nel dire che non esiste un automatismo tra la riduzione delle imposte sui redditi e la riduzione dell’evasione fiscale.

La versione originale di questo articolo è stata pubblicata il 24 agosto 2022 sul sito di Pagella Politica. Clicca qui per scoprire tutti i fact-checking, divisi per politici e partiti.

Analisi

A livello teorico, l’idea che una flat tax porti più persone a pagare le tasse è sostenuta da un grafico diventato famoso dagli anni Settanta in poi ed elaborato dall’economista statunitense Arthur Laffer. Secondo Laffer, il rapporto tra il livello della tassazione e quanto incassa lo Stato ha una forma a campana. Con un’aliquota pari allo zero per cento, lo Stato incassa zero, perché ai cittadini non è chiesto di versare nulla al fisco. Con un’aliquota del 100 per cento, invece, lo Stato incasserebbere comunque zero, perché il cittadino è disincentivato dal lavorare e produrre ricchezza, visto che gli sarebbe tutta tassata. In breve: per Laffer esisterebbe un livello di tassazione ottimale che massimizza le entrate dello Stato, ossia la cima della curva a campana.

Come abbiamo spiegato più nel dettaglio in passato, il grafico di Laffer ha due grossi problemi di fondo. Il primo: a oggi, nessuno studio è stato in grado di collocare il punto preciso, in termini percentuali, in cui si trova l’aliquota ottimale, ossia dove lo Stato riesce a massimizzare il gettito fiscale, contrastando l’evasione, prima di cominciare a vederle decrescere. Il secondo: la curva di Laffer considera i contribuenti come agenti razionali, che basano le loro scelte sul pagare o meno le tasse in base al livello di tassazione. Negli ultimi decenni la ricerca scientifica ha mostrato che se i contribuenti facessero davvero un calcolo costi-benefici per decidere se pagare o meno le tasse (per esempio, tenendo conto del rischio di essere scoperti e delle sanzioni), i livelli di evasione sarebbero più alti di quelli registrati oggi. Questa discrepanza tra teoria ed evidenza empirica è spiegata dal fatto che altri fattori, come la sfera sociale, concorrono nella decisione di un cittadino di pagare o no le tasse.

Vediamo ora che cosa dicono gli studi sul rapporto tra flat tax ed evasione fiscale.

La flat tax nel mondo

Come hanno spiegato nel libro Flat tax, pubblicato nel 2019 dal Mulino, gli economisti Massimo Baldini e Leonzio Rizzo, nei Paesi ricchi dell’Europa occidentale la flat tax «ha fatto solo sporadiche apparizioni nel corso del XIX secolo, agli albori dell’imposta sul reddito». A oggi, sistemi di tassazione basati su un’unica aliquota sono in vigore in «paradisi fiscali o realtà molto particolari» (come Hong Kong, Belize e Mongolia) oppure in alcuni Paesi dell’Europa centro-orientale, con differenze tra Paese e Paese. Secondo gli autori, probabilmente la decisione di introdurre una flat tax in queste nazioni è stata dovuta al crollo del regime sovietico, per dare il messaggio che «dal punto di vista fiscale si vogliono cambiare radicalmente le regole del gioco».

Non ci sono prove dell’affermazione di Berlusconi

Senza entrare troppo nei dettagli, l’affermazione di Berlusconi secondo cui «la flat tax ovunque è stata applicata ha fatto emergere molta evasione e molto sommerso» non è supportata dall’evidenza scientifica. In generale, hanno sottolineato Baldini e Rizzo, è difficile isolare il contributo della flat tax nei Paesi che l’hanno introdotta, tra le altre cose, sul contrasto all’evasione, visti anche i cambiamenti istituzionali che si sono susseguiti. «Gli studi disponibili dicono che l’effetto della flat tax è stato in generale piuttosto modesto», hanno riassunto gli autori del libro.

Prendiamo il caso della Russia, spesso citato tra i sostenitori della flat tax. Uno studio del 2005, pubblicato dal Fondo monetario internazionale, ha quantificato i benefici dell’introduzione di una flat tax al 13 per cento in Russia nel 2001 sull’evasione fiscale, calcolando un’effettiva riduzione del fenomeno. Il problema però, spiegano gli stessi autori della ricerca, è che non è possibile sapere se l’aumento del gettito sia legato alla riforma fiscale o più semplicemente alle nuove norme di contrasto all’evasione.

«La letteratura scientifica è concorde nel dire che non basta tagliare le tasse se si vuole aumentare il gettito e incentivare i contribuenti a non evadere», ha spiegato a luglio 2019 a Pagella Politica Dario Stevanato, avvocato e professore di Diritto tributario all’Università di Trieste. «In definitiva, non esistono evidenze empiriche sull’automatismo: “Basta ridurre le aliquote per alzare il gettito”». Gli unici tentativi efficaci di riduzione dell’evasione fiscale supportati dall’evidenza empirica sono quelli che agiscono parallelamente su un inasprimento dei controlli e sui metodi di pagamento delle tasse.

Conclusioni

Secondo Silvio Berlusconi, la flat tax, «ovunque è stata applicata, ha fatto emergere molta evasione e molto sommerso». L’affermazione del presidente di Forza Italia è senza prove. A oggi, gli studi a disposizione sono concordi nel dire che non esiste un automatismo tra la riduzione delle imposte sui redditi e la riduzione dell’evasione fiscale.

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