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Alluvione Marche, dall’allarme in ritardo alle opere non eseguite: tutti gli elementi al vaglio degli inquirenti

La Procura di Ancona indaga per omicidio colposo plurimo e inondazione colposa contro ignoti

Mentre nelle città alluvionate delle Marche si contano le vittime e si cercano gli ultimi due dispersi, tra cui un bambino di 8 anni, la procura di Ancona ha aperto un’inchiesta. Nel fascicolo si indaga per omicidio colposo plurimo e inondazione colposa. Per il momento, entrambi contro ignoti. I filoni che stanno seguendo gli inquirenti sono due. Da un lato, il tentativo di individuare se l’allertamento della popolazione sia stato effettuato in tempo, così come il conseguente funzionamento della macchina dei soccorsi e, dall’altro, la lente è sulla manutenzione del territorio per individuare eventuali responsabilità dei danni provocati. I sindaci delle zone colpite dal maltempo denunciano un’allerta mancata: i bollettini meteo davano allerta gialla e non si aspettavano precipitazioni così forti.


Già a giugno un’inchiesta sulla pulizia dei tratti fluviali

Nella giornata di ieri, 17 settembre, e di venerdì i carabinieri si sono presentati negli uffici della Regione, tra cui quelli della Protezione Civile, e hanno raccolto tutta la documentazione per la Procura. A guidare le indagini ci sono le procuratrici Valentina D’Agostino e la pm Valeria Cigliola assieme ai carabinieri del Nucleo investigativo di Ancona e ai forestali. Questi ultimi, riferisce il Quotidiano Nazionale, aveva già aperto un’inchiesta a giugno di quest’anno su alcune ditte che dovevano occuparsi della pulizia di alcuni tratti fluviali e che avrebbero tagliato volontariamente troppa vegetazione al fine di ricavare biomasse combustili da rivendere. L’indagine, che è ancora aperta, aveva portato all’arresto di un funzionario della Regione e alle accuse a carico di 4 dipendenti per corruzione, truffa e rivelazione del segreto d’ufficio.


Le questioni aperte: mancata prevenzione e opere non eseguite

C’è chi inserisce questa alluvione nell’ennesima storia di mancata prevenzione, opere non eseguite e mala-burocrazia. E l’abc della prevenzione per le aree come quella del fiume Misa, ad alto rischio idrogeologico, sta nel tenere puliti i letti del fiume, non costruire abitazioni troppo vicino ai corsi d’acqua a rischio, e alzare gli argini. Sono passati 8 anni dall’ultima esondazione che ha colpito le Marche e da allora non sono mai state costruite le vasche di laminazione, ovvero i bacini che raccolgono le ondate di piena dei fiumi. Esperti e amministratori stanno in questi giorni denunciando come non sia mai stata creata l’opera che avrebbe permesso di attenuare l’esondazione: la vasca di laminazione di Bettolelle, la cui realizzazione è ferma dagli anni Ottanta. È infatti nel 1982 che la cassa di espansione in questione per il Misa – dalla capacità di 3 miliardi di metri cubi – venne progettata e vennero stanziati diversi milioni con i Fondi per gli investimenti e l’occupazione (Fio).

L’iter progettuale fermo tra burocrazia e cambi di governo

Bollato come «ecomostro», il progetto venne rifatto. Ma rimase solo su carta. Nel 2014, dopo l’ennesima esondazione, il governo Renzi diede vita alla «Struttura di missione contro il dissesto idrogeologico» che in poco tempo raccolse 12mila progetti per consolidare i terreni fragili dell’Italia. La regione Marche inviò così un progetto per 6 vasche di espansione lungo il Misa e il governo stanziò circa 45 milioni per realizzarle. Ma, riferisce Repubblica, ci misero 5 anni per bandire la gara e nel frattempo con l’arrivo del governo Conte venne chiusa la Struttura. «A Roma non è rimasto più nessuno a occuparsene e le Regioni non hanno strutture operative adeguate», ha detto Erasmo De Angelis allora a capo del progetto. Ora, sarà la Procura di Ancona a definire se le mancate opere abbiano avuto un ruolo decisivo nei danni di questi giorni.

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