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Bologna, lo scontro sui manifesti anti gender. Il sindaco: «Discriminanti». I Pro Vita: «Limitata la libertà d’espressione»

Il primo cittadino Lepore ha annunciato che l’amministrazione valuta di inserire correttivi alle regole attuali sulle affissioni pubbliche

I manifesti dell’associazione «Pro Vita e Famiglia» che hanno fatto discutere nei giorni scorsi sono stati rimossi in diverse città. A Bologna però il dibattito per toglierli o meno è stato più acceso che altrove. «Basta confondere l’identità sessuale dei bambini. #stopgender», si legge in questi cartelloni che invitano a firmare una petizione. «Si tratta solo di una raccolta firme affinché le famiglie possano scegliere cosa si insegna ai figli in tema di educazione sessuale», così si difendono i promotori. Ma il sindaco di Bologna, Matteo Lepore, non ne vuole sapere: «È discriminante e strumentalizza i bambini per portare avanti idee sciocche come la presunta teoria gender». Della stessa linea anche la vicesindaca Emily Clancy con deleghe ai diritti Lgbt e al contrasto delle discriminazioni. È stata tra le prime a denunciare i manifesti nei giorni scorsi, definendoli «lesivi della dignità, delle libertà politiche, della libera espressione di genere che vogliono proporre stereotipi inaccettabili e idee discriminatorie». Per questi motivi, il primo cittadino ha chiesto un parere legale per poter procedere alla loro rimozione.


I Pro Vita: «Limitate la libertà d’espressione»

Una decisione che non è passata inosservata ai promotori. Francesco Perboni dell’associazione Pro Vita la ritiene una limitazione della liberà d’espressione. «Le associazioni Lgbt – ha dichiarato – possono entrare nelle scuole con progetti su bullismo o discriminazione. Cose sacrosante, se non insegnassero anche la teoria di genere, cioè che il genere è scollegato dal sesso biologico». Poi ha aggiunto: «La libertà educativa dei genitori in Italia è già compromessa in centinaia di casi, il principio del loro consenso informato viene surclassato». Motivazioni che secondo Lepore fanno acqua da tutte le parti: «Mostrare un bambino con un fiocchetto rosa, dicendo implicitamente che così non sarebbe una persona a posto, significa discriminare». Ieri, 12 ottobre, con un post su Facebook il sindaco ha annunciato che stanno valutano di inserire correttivi alle regole attuali sulle affissioni pubbliche. Perché – ha spiegato – tra libertà di espressione, sempre da difendere e garantire, e campagne discriminatorie c’è una bella differenza.


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