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Dimensionamento scolastico, chi sono i nuovi commissari nelle regioni ribelli e perché i sindacati sono su tutte le furie

14 Gennaio 2026 - 08:37 Ygnazia Cigna
scuola novità 2025 2026
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Saranno i direttori degli uffici scolastici regionali a procedere con gli accorpamenti al posto delle regioni che si sono rifiutate di farlo

Saranno i direttori degli uffici scolastici regionali (Usr) a procedere con il controverso dimensionamento della rete scolastica, prendendo il posto delle regioni «ribelli» che hanno rifiutato di applicarlo. Sardegna, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria sono state formalmente commissariate dal governo nell’ultimo Consiglio dei ministri. E oggi il ministero dell’Istruzione e del merito terrà una riunione sul tema, mentre la polemica continua a scaldare il mondo della scuola.

Chi sono i commissari nelle 4 regioni

In Toscana, il compito di far rispettare il dimensionamento al posto della regione spetterà all’aretino Luciano Tagliaferri, da poco nominato alla guida dell’ufficio scolastico regionale. In Sardegna il commissario è Francesco Feliziani, direttore dell’Usr, incaricato di procedere all’accorpamento di nove istituti scolastici. «Applicherò le linee guida improntate al buonsenso, niente scuole-mostro e non ci saranno tagli occupazionali», assicura Feliziani. Ma richiama anche gli impegni del Pnrr: «Il dimensionamento è una condizione posta dall’Unione europea». In Umbria il provvedimento dovrebbe essere attuato dal direttore dell’Usr, Ernesto Pellecchia, mentre in Emilia-Romagna a Bruno Di Palma.

Cos’è il dimensionamento scolastico

Da anni, alcune regioni e sindacati sono impegnati in uno scontro duro con il governo sul tema del dimensionamento scolastico, a causa del timore costante che la riorganizzazione si traduca nella chiusura delle scuole. Il ministero ha, però, chiarito che l’intervento riguarda esclusivamente il piano amministrativo e non prevede la soppressione dei plessi. Nel concreto, il dimensionamento comporterà, ad esempio, la riduzione di presidenze e segreterie e l’accorpamento di classi. L’obiettivo dichiarato è quello di far fronte allo spopolamento scolastico.

A rischio le aree interne

Il sistema si basa su un coefficiente nazionale fissato a 938 alunni medi per istituzione scolastica. Su questo parametro vengono stabilite le sedi autonome, cioè quelle che mantengono un dirigente scolastico. A pagarne il prezzo più alto sono soprattutto le aree interne a bassa densità abitativa. E, più in generale, in molti casi lo stesso dirigente potrebbe trovarsi a gestire sedi distanti tra loro anche 50 chilometri, riducendo di fatto la presenza stabile della dirigenza negli istituti e quindi anche nel rapporto con docenti e studenti.

Le ricadute sul personale: perché i sindacati sono sul piede di guerra

Le organizzazioni sindacali parlano apertamente di scelta politica devastante. Secondo i dati del sindacato Anief, negli ultimi 15 anni il numero dei presidi è quasi dimezzato, da 12 mila a poco più di 7 mila. «In futuro bisognerà rivedere queste norme se si vuole considerare la scuola, prima ancora del Comune, un presidio di legalità e una presenza dello Stato», avverte il presidente Marcello Pacifico. Ancora più dura la Flc Cgil, che definisce la decisione «gravissima» e denuncia la «soppressione di 700 istituzioni scolastiche, con la perdita di circa 1.400 posti tra dirigenti scolastici e Dsga», oltre a «ricadute pesanti sugli organici Ata e docenti e un peggioramento complessivo della qualità dell’offerta formativa». Anche la Cisl Scuola, con la segretaria Ivana Barbacci, parla di una vera e propria «sconfitta» e chiede che «non si usi la scuola come terreno di contrasto ideologico».

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