Proteste all’anno giudiziario, i magistrati contro la riforma di Nordio. Il ministro sul referendum: «Se vince il Sì, nessuna persecuzione alle toghe»

Dopo il duro faccia a faccia di ieri tra governo e magistratura nell’aula magna della Cassazione, i nervi restano tesi anche oggi all’inaugurazione dell’anno giudiziario nelle Corti d’appello. I magistrati non cambiano registro. Critiche secche alla riforma della giustizia e rivolte, come a Milano, direttamente davanti al ministro Carlo Nordio, ormai temprato alle critiche sul referendum. «Questa riforma e questo referendum non sono fatti né contro nessuno, né a favore di nessuno, non sono fatti per punire la magistratura né per rafforzare il governo. Non abbiamo bisogno né di conferme né di punizioni. La riforma non avrà e non deve avere effetti politici», dichiara Nordio a Milano in risposta alle osservazioni del presidente della Corte d’Appello di Milano, Giuseppe Ondei, sulla riforma costituzionale della giustizia.
La critica di Ondei alla riforma
Ondei, nel suo discorso davanti al ministro, non ha fatto sconti. «Non è accettabile sostenere che i giudici non sono sufficientemente terzi e imparziali perché sarebbero appiattiti sulle richieste del collega pubblico ministero. Se fosse vero, vi sarebbe una grave emergenza per lo Stato di diritto, ma non risulta rilevato da alcun organismo internazionale. La realtà è che la magistratura italiana è un ordine dello Stato sano», ha detto. Per poi precisare che «questa riforma non inciderà in alcun modo sui tempi della giustizia, che nel nostro distretto per fortuna sono sopportabili, ma che, a livello nazionale, sono insopportabilmente lunghi».
«Toghe mai così vulnerabili»
Sulla stessa linea di Ondei anche la presidente della Corte d’Appello di Brescia, Giovanna Di Rosa, secondo cui la riforma risulta «disfunzionale ai reali bisogni della giustizia». Ancora più dura e riflessiva la relazione del presidente della Corte d’Appello di Roma, Giuseppe Meliadò. «Il ruolo delle corti e dei giudici è più che mai centrale e determinante, e tuttavia mai come oggi le corti appaiono fragili e vulnerabili, esposte alle censure di un senso comune che le descrive come una minaccia e una trappola per l’esercizio dei pubblici poteri, invece che come un insostituibile regolatore della complessità sociale», si legge nelle conclusioni.
Nordio e la «blasfemia» nelle critiche. Gratteri: «Inappropriato»
La cerimonia potrebbe essere l’ultima inaugurazione celebrata dalla magistratura nel suo attuale assetto unitario. La riforma costituzionale targata Meloni-Nordio separa le carriere e gli organi di autogoverno di giudici e pubblici ministeri, modificando così in modo profondo l’organizzazione interna del sistema giudiziario. Ieri, nell’aula magna della Cassazione, governo e magistratura si erano affrontati duramente. E Nordio aveva definito «blasfemo» sostenere che la riforma mina l’indipendenza della magistratura. Oggi risponde il procuratore di Napoli, Nicola Gratteri. «È un termine inappropriato. Il ministro Nordio è una persona colta, conosce molto bene la lingua italiana, ma questa volta ha usato un termine inappropriato», chiosa. Ma Nordio non vuol sentire ragioni e oggi torna a ribadire: «È irriverente verso il Parlamento attribuire una volontà che nessuno ha mai voluto. È una blasfemia. Termine che ripeto e confermo». E conclude: «Se dovesse prevalere il sì non ci saranno intenti persecutori come qualcuno dice. Inizieremo subito, il giorno dopo, un dialogo con la magistratura con l’avvocatura e con il mondo accademico per la seconda parte che è quella delle norme attuative»
