«Come ti senti?». Il riscatto sociale delle periferie inizia a scuola. Così l’alleanza tra prof, famiglie e alunni sta cambiando Librino – Il video
«Dove vi porto?», chiede il tassista. «A Librino». «E che ci andate a fare in quel posto?». Tutti la stessa domanda. «Quel luogo è stato abbandonato anche da Dio». Quel luogo si trova alle porte di Catania, e ospita circa 80 mila persone. Una grande periferia, per molti sinonimo di criminalità, spaccio e marginalizzazione, progettata a metà anni ’60 dal famoso architetto giapponese Kenzō Tange. Era stata concepita per essere una vera e propria città satellite, autonoma e metropolitana. La storia è andata diversamente. A causa di ritardi, abbandoni e tagli politici, Librino si è sviluppato solo parzialmente e in modo caotico. Oggi è un grande insediamento abitativo a sud di Catania, con grandi strade, palazzoni, scarsi servizi per i cittadini e pochi spazi culturali.
Ma il quartiere è anche, forse soprattutto – come molte periferie d’Italia – un prezioso laboratorio umano e sociale dove ogni giorno una rete di associazioni, insegnanti, studenti e cittadini collabora per trasformare Librino in un luogo diverso. Un impegno che prende forma nel contrasto alla marginalizzazione e agli stereotipi legati alle periferie e prosegue nella riqualificazione degli spazi urbani – come la “Porta delle farfalle”, un’installazione di opere in terracotta lunga oltre un chilometro realizzata da artisti insieme a cittadini e studenti – o negli interventi mirati nelle scuole volti a ridurre l’alto tasso di abbandono scolastico e combattere la povertà educativa.
È l’obiettivo cui lavorano in tandem due grandi realtà, UniCredit Foundation, la fondazione che dà corpo alla Strategia Sociale della banca omonima per garantire un accesso equo all’istruzione in Europa, e Teach For Italy, partner del network globale Teach For All che opera in tutta Italia per contrastare le disuguaglianze educative e rafforzare l’ecosistema scolastico nei contesti più difficili. Dal 2023 a sostenere lo sforzo congiunto è una partnership triennale da 5,5 milioni di euro, che spazia in 7 paesi europei tra cui l’Italia.
Il lavoro delle Fellow a Librino
Il volto quotidiano sul terreno di Teach For Italy sono i e le Fellow, persone fortemente motivate a contrastare le disuguaglianze educative che, una volta selezionate, entrano in un programma che prevede l’insegnamento per due anni nelle scuole dei contesti di maggior svantaggio d’Italia. «Librino è un territorio di periferia che vive diverse forme di marginalizzazione: dallo spazio fisico alla mancanza di opportunità, sino al modo stesso in cui vengono raccontati questi territori», spiega Daniela Lazzara, Fellow di Teach For Italy. «Questo porta spesso il territorio a chiudersi su se stesso – sottolinea -, creando distanze sempre maggiori tra il quartiere e le altre zone della città. Eppure questi luoghi non hanno bisogno di assistenzialismo, bensì di qualcuno che ascolti, faciliti il lavoro e connetta ciò che è già vivo nel quartiere». «È importante investire sul Sud, è importante investire sulle periferie con una visione globale, con una visione sistemica», aggiunge la Fellow Simona Galletta.
Se il riscatto sociale comincia a scuola
A Librino è attivo in particolare il “Modello Sud e Isole”, un’iniziativa finanziata all’interno della partnership UniCredit Foundation-Teach For Italy e incentrata su un dialogo tra le Fellow e i diversi stakeholder nazionali e locali: gli Uffici Scolastici Regionali (USR), esperti di didattica e contrasto alle disuguaglianze, le scuole e le comunità locali. L’obiettivo è quello di promuovere una leadership collettiva al fine di contrastare fenomeni di dispersione scolastica implicita ed esplicita. Nelle isole esistono già numerose scuole che hanno adottato questo approccio. Tra queste c’è l’Istituto Omnicomprensivo Pestalozzi di Librino. «La nostra scuola si trova nel Villaggio Sant’Agata: un territorio caratterizzato da un forte disagio socio economico e culturale», sottolinea Simona Bartolotta, professoressa di Italiano al Pestalozzi.
«Noi docenti dobbiamo fronteggiare un’emergenza educativa dovuta a un alto tasso di dispersione scolastica, abbandono precoce, basso livello socio-culturale delle famiglie e scarsa cultura della legalità. Per questo – prosegue l’insegnante – è necessario instaurare rapporti empatici e legami duraturi con gli studenti, così da accompagnarli nel tempo e sostenerne il successo formativo». Ed è proprio in questo contesto complesso che la scuola reagisce: apre le porte, accoglie, prova a diventare un punto di riferimento stabile per gli studenti e le loro famiglie. «Per i nostri ragazzi, la scuola è un luogo protetto dove trovano il sostegno di docenti che, in qualche modo, diventano una seconda famiglia – precisa Bartolotta -. L’insegnante finisce per assumere il ruolo di vero e proprio agente di riscatto sociale, una figura essenziale per gli studenti e le famiglie».

Il rapporto con le famiglie
Nel quartiere di Librino, il ruolo della famiglia nel percorso educativo dei ragazzi è spesso delicato e sfidante, ma anche una risorsa. «Il rapporto con i genitori è sempre stato un punto di forza – sostiene Elena Piazza, vicepreside e professoressa di italiano al Pestalozzi -. Molti di loro si affidano a noi docenti perché si fidano, altri hanno poco tempo da dedicare ai propri figli a causa del lavoro. Ma quando si crea la giusta intesa con l’insegnante – prosegue Piazza -, i genitori si appoggiano completamente a noi e talvolta, con umiltà, ci chiedono di intervenire anche al loro posto». La scuola deve saper accogliere gli studenti, ma in qualche modo anche i loro genitori. «Molti di loro hanno bisogno di essere ascoltati – dichiara -. Ci sono alcune mamme che a volte ci raccontano cose spiacevoli e, non potendole condividere in famiglia, preferiscono parlare con noi. Conoscere questi aspetti ha una ricaduta sui figli e ci aiuta a gestirli meglio in classe». Anche le famiglie riconoscono l’importanza della scuola come luogo di supporto. «Per loro è come una casa», afferma Luciana, mamma di due alunni.
Fare rete, ridurre le distanze
Ma come interagiscono in concreto le Fellow di Teach For Italy con la scuola di Librino e i suoi alunni? «Ci hanno aiutato a proporre ai ragazzi delle attività diverse rispetto al solito, sia nella scelta dell’argomento sia nel modo di affrontarle – racconta Piazza – Ad esempio, abbiamo lavorato moltissimo sulla metacognizione e sui rapporti affettivi tra gli studenti». Il loro ruolo non è quello di sostituirsi a nessuno, dunque, ma di aiutare la rete a funzionare. Oleare i suoi meccanismi: connettere e facilitare. «È fondamentale investire in figure come le nostre perché il nostro approccio non si limita a trasmettere conoscenze dall’alto – spiega Daniela Lazzara – ma mira a crescere insieme al territorio. L’obiettivo è ridurre le distanze conoscendo direttamente il contesto locale e collaborando con la scuola, le famiglie e le associazioni che vivono e lavorano quotidianamente in questo territorio». Anche perché «il cambiamento – prosegue – arriva solo tramite il dialogo tra tutti i livelli della comunità educante».
L’idea di fondo è quella di fare da ponte: «I docenti sono spesso sovraccarichi, gli studenti faticano a connettersi con sé stessi e con il mondo circostante, e le famiglie non sempre sanno come affrontare queste difficoltà», sottolinea Galletta. «Figure come la nostra risultano quindi particolarmente utili, perché operano nelle “zone grigie” del sistema educativo, facendo da ponte tra tutti gli attori coinvolti. Ci occupiamo di comprendere le problematiche delle classi e dei singoli, creando sinergie tra studenti, docenti e territorio. Iniziative come il Modello Sud e Isole – prosegue – sono importanti in tutte le scuole, ma diventano fondamentali nei contesti già segnati da marginalizzazione e difficoltà, dove i problemi tendono ad accumularsi e serve un intervento mirato per offrire soluzioni e alternative concrete».
Carte, competenze e emozioni
Per raggiungere l’obiettivo del contrasto alla povertà educativa, fine ultimo di Teach For Italy, le Fellow utilizzano quotidianamente strumenti e metodologie mirati. «Per quanto riguarda gli strumenti – spiegano – partiamo dall’analisi dei bisogni reali della classe, attraverso questionari di autovalutazione e strumenti di monitoraggio. Sul fronte metodologico, creiamo invece momenti di dialogo continuo e informale con i docenti, costruendo le attività sulla base dei bisogni rilevati. Per quanto riguarda infine il territorio, cerchiamo di viverlo il più possibile, ascoltando e confrontandoci con le persone e le realtà che lo vivono e lo animano quotidianamente».
Il lavoro in classe, con gli studenti dell’Istituto Pestalozzi di Librino, pone grande attenzione alle competenze socio-emotive, come il rapporto con gli altri, la consapevolezza di sé e la gestione delle emozioni. «Ad esempio, lo scorso anno abbiamo iniziato a lavorare sui cosiddetti “check-in emotivi”, un’attività in cui la classe esplora le proprie emozioni, sia quelle del momento sia quelle legate a temi più ampi. Spesso chiedo agli studenti di raccontarmi come si sentono, anche utilizzando strumenti come le carte», racconta Galletta. Ogni carta raffigura un’immagine, e gli studenti, rispondendo a domande come ad esempio «Come stai oggi?» o «Come ti senti?», scelgono quella che rappresenta meglio il loro stato d’animo e ne spiegano il motivo.
«Interpretano e raccontano le proprie emozioni, spesso condividendole con sorprendente capacità di introspezione: da un’immagine riescono a esprimere come si sentono e cosa provano – racconta ancora Galletta -. Ricordo, ad esempio, uno studente che interpretò una carta dai colori molto intensi dicendo: “Questa carta mi fa sentire sopraffatto, con troppi impegni che non riesco a gestire”. Da qui è nata una riflessione insieme sul significato di sentirsi sopraffatti e su come gestire le responsabilità. Con gli studenti lavoriamo quindi sulla capacità di percepire i propri sentimenti, raccontarli e comprendere l’importanza di saperli verbalizzare». Anche gli studenti percepiscono l’impatto di queste attività e lo riconoscono: «Ci fanno stare insieme e ci fanno conoscere meglio i nostri compagni», dice Emanuele, studente del secondo anno di scuola secondaria di primo grado.

Crescere e trovare soluzioni, insieme
Docenti, dirigenti scolastici, famiglie e associazioni del luogo giocano un ruolo fondamentale nel promuovere crescita e nel trovare soluzioni ai problemi e alle carenze che interessano la scuola e, più in generale, l’intero contesto locale. «Quando il territorio offre attività importanti e necessarie per i nostri studenti o per la scuola, interveniamo per intercettarle e mettere in contatto la scuola con l’ente locale, così da sviluppare insieme una progettualità condivisa», spiega Galletta. «Ogni persona coinvolta nel progetto contribuisce portando la propria conoscenza ed esperienza – le fa eco Lazzara -, con l’obiettivo di costruire un impatto duraturo. Questo risultato nasce dalla connessione tra i diversi attori e da una responsabilità condivisa». Fare rete è, dunque, fondamentale. «Laddove c’è una situazione problematica, lavorare come monadi non serve a nulla – dichiara ancora Galletta -. Dobbiamo imparare a parlarci, dobbiamo imparare a risolvere i problemi insieme, ma anche a lavorare sul bello insieme perché il mondo della scuola e il quartiere offrono molte opportunità e i ragazzi hanno grandi potenzialità. Spesso però energie preziose vengono disperse».
Come in ogni realtà complessa, le sfide sono inevitabili e nulla si conquista senza affrontarle. «Uno degli ostacoli principali è aiutare ragazzi e ragazze a comprendere l’impatto che la scuola può avere sulle loro vite e sul loro futuro, soprattutto in un’età in cui l’istruzione non viene percepita come prioritaria. È fondamentale lavorare sulla fiducia, sulla motivazione e sul senso di possibilità», afferma Lazzara. «Ci sono poi sfide di tipo personale, come imparare a non portare tutto il carico di lavoro a casa, un tema che nel mondo della scuola meriterebbe maggiore attenzione. Su questi aspetti interviene anche il percorso formativo della Fellowship di Teach For Italy, che offre l’opportunità di confrontarsi con la rete di docenti-Fellow che insegnano nelle scuole di contesti marginalizzati di tutta Italia, ricevere supporto e individuare soluzioni condivise con coach didattici ed esperti nazionali e internazionali, seguendo la linea guida dell’organizzazione», conclude Galletta.
Il benessere come chiave del successo formativo
Collaborare con la scuola significa allora vederla non solo come luogo di istruzione, ma come vero e proprio presidio culturale e sociale, impegnandosi perché questo ruolo si traduca in azioni concrete e durature. «Le Fellow si sono inserite in un contesto complesso in modo eccellente, collaborando con gli insegnanti curriculari per favorire l’inclusione. Prima ancora di trasmettere conoscenze, è fondamentale creare un legame affettivo con gli studenti», precisa la dirigente scolastica dell’I.O. Pestalozzi Elena Di Blasi. «La semplice trasmissione meccanica dei saperi dalla mente del docente a quella del discente è ormai obsoleta: si lavora sull’empatia – prosegue – Se riesco a instaurare un rapporto di fiducia e affetto con l’alunno, allora posso davvero fare qualsiasi intervento didattico».
Per la dirigente scolastica è infatti fondamentale «lavorare sulla persona, con la persona, facendo crescere dentro di loro la voglia di imparare, di vivere nella legalità e di emanciparsi dalla condizione del territorio e dalle etichette associate ai quartieri periferici. Ciò che davvero conta non è completare un programma o affrontare un argomento in più, ma garantire che i ragazzi e le ragazze stiano bene a scuola, si sentano accolti, rispettati e voluti bene. Da lì nasce il vero successo formativo», conclude.
Una visione condivisa anche da famiglie e studenti. «Per me una scuola che funziona non si concentra solo sullo studio o sui voti più alti, ma deve essere un luogo dove andare ogni giorno con il sorriso, dove i ragazzi vengono ascoltati e possono sentirsi liberi di esprimere ciò che pensano e provano. Per fortuna, mia figlia entra ed esce da scuola con il sorriso», racconta Jessica, mamma di una studentessa. «La scuola deve essere un posto dove ci rispettiamo e stiamo al sicuro», afferma Clara, alunna di seconda media. «A me la scuola piace così com’è», aggiunge Salvo, suo compagno di classe. «Certo, vorrei ci fosse educazione fisica ad ogni ora, mi diverto, ma so che non è possibile perché lo studio serve per il nostro futuro», conclude.
L’incendio alla biblioteca del Pestalozzi

Nella notte tra il 27 e il 28 novembre, appena due giorni dopo la nostra visita alla scuola e gli incontri con studenti, famiglie e Fellow, un incendio doloso ha devastato la biblioteca “Alessia nel Paese delle Meraviglie” dell’Istituto Pestalozzi di Librino, inaugurata solo pochi mesi fa. Questo spazio, realizzato dai ragazzi insieme alle Fellow di Teach For Italy, ai docenti e ai genitori, era diventato un luogo prezioso di apprendimento e crescita. «Uno spazio fondamentale in un contesto di periferia, perché la lettura aiutava anche i nostri figli a immergersi nella fantasia», racconta la mamma di un alunno. Le fiamme hanno distrutto scaffali, libri, materiali didattici, arredi e impianti, rendendo la biblioteca completamente inagibile. I danni non si sono limitati a questo spazio: l’intero complesso scolastico ha riportato danneggiamenti strutturali tali da impedirne l’utilizzo. Ora si sta indagando per chiarire chi e perché abbia appiccato l’incendio.

