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Il padre di Domenico: «Ho capito che era andata male quando i medici sono spariti»

26 Febbraio 2026 - 06:12 Alessandro D’Amato
domenico cuore bruciato monaldi indagati chi sono
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Antonio Caliendo racconta la storia della morte del figlio e i comportamenti dei medici del Monaldi

«Il professor Oppido adesso non lo voglio vedere manco da lontano. Sarà la magistratura a fare chiarezza, certo, ma preferisco non incontrarlo». Antonio Caliendo, 39 anni, parla oggi con il Corriere della Sera della morte del figlio Domenico dopo il trapianto sbagliato all’ospedale Monaldi di Napoli. Finora era stato in silenzio, spiega, «perché sono molto arrabbiato. E mia moglie Patrizia preferisce tenermi lontano dai giornalisti per evitare che esploda». E dice che c’è stato un momento preciso in cui ha capito che sarebbe finita male: «Dopo Capodanno i medici sparirono tutti, nessuno ci venne a dire più niente, era finita, ma noi ancora non lo sapevamo».

Antonio Caliendo e il figlio Domenico

Caliendo dice che sta male dal giorno del primo ricovero del bambino al Monaldi, la sera tra il 22 e il 23 dicembre 2025: «Proprio quella mattina venne a mancare mio padre Antonio. E poche ore più tardi scoprimmo la malattia grave di mio figlio. In 24 ore mi cadde il mondo addosso». Domenico soffriva di una forma di cardiomiopatia dilatativa. «Io speravo che lui avesse una vita serena, in salute, senza problemi e invece… Ma noi genitori portavamo lo stesso tanta speranza nel cuore e così ci affidammo completamente ai medici del Monaldi. Attenzione, però: non sono tutti cattivi, in quell’ospedale, c’è anche tanta gente brava, tanti dottori in gamba che sono venuti poi ad abbracciarci, anche le infermiere sono state sempre vicine a Domenico, non l’hanno mai abbandonato un momento».

Le foto del frigobar

Antonio dice di aver visto le foto del frigobar usato per andare a prendere il cuore a Bolzano. E torna sul suo presentimento: «Sì, la sera del 22 dicembre, quando tornammo al Monaldi perché era stato trovato questo cuore nuovo per lui, ci ritrovammo per un attimo da soli, io, Domenico e il mio amico Lello che ci aveva accompagnati. Stavamo vicino alla macchinetta che distribuisce le bibite, il caffè, la cioccolata e all’improvviso ho detto: Lello, sento qualcosa di strano dentro di me, andiamo via, me lo riporto a casa mio figlio! Il mio amico subito obiettò: ma che scherzi, Antò? Per lui da domani comincia una vita nuova. E io invece continuavo a pensare solo ai giochi che facevamo io e Domenico insieme sul lettone di casa. Non pensavo a nient’altro».

Un bimbo intelligente

Antonio ricorda Domenico come «un bambino sveglissimo, molto vivace, intelligente. La mattina, alle 6.15-6.20, io mi preparavo per andare al cantiere e lui ecco che alzava la testa dal cuscino e diceva “pa-pà” e mi sorrideva, era il suo modo di salutarmi, di dirmi buongiorno. Quando tornavo la sera, Domenico lo capiva subito dal rumore del mio motorino che stavo arrivando, allora correva al balcone — noi a Nola abitiamo al primo piano — e mi chiamava di nuovo dall’alto: pa-pà. E poi andava alla porta ad aspettare che suonassi il citofono».

La Fondazione

Antonio ricorda che insieme con l’avvocato Francesco Petruzzi daranno vita ad una Fondazione dedicata a lui. «Sì, servirà per aiutare i bambini che soffrono. I bambini sono innocenti, non hanno colpe, non è giusto che muoiano com’è morto mio figlio». Il bambino «somigliava a me, mica alla mamma», sorride. «Era grande e forte, quando è nato pesava più di tre chili, però poi con la malattia si è indebolito, è dimagrito molto. Patrizia, la vedete, è piccolina, io invece sono grande e grosso. Però va detto che il gigante è lei. Senza di lei oggi sarei già morto». Quando era vicino a Domenico, sabato mattina, prima che morisse «gli ho detto: figlio mio mi mancherai, ma io sono come te, un combattente. E avrai giustizia».

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