I due genitori indagati per maltrattamenti della figlia transgender

All’anagrafe ha un nome da maschio ma lei si sente femmina da quando ne ha 13. Adesso, a vent’anni, quattro mesi dopo aver trovato rifugio in un’associazione, ha deciso: «Voglio denunciare i miei genitori». Nel frattempo ha iniziato la transizione. Ma ha anche raccontato cosa le è successo finché non è scappata: «Sono qui perché la mia famiglia non ha mai accettato la mia identità di genere e il mio orientamento sessuale. Sono anni che subisco maltrattamenti. Quando sono iniziati avevo solo 13 anni. Mia madre ha scoperto tutto da sola. Senza che io le dicessi nulla. Non mi sentivo come un maschio ordinario. Quella sera ero in cameretta. Stavo guardando un video dove c’erano una ragazza trans e un maschio. Mia mamma mi ha vista che lo guardavo. Mi ha presa con forza e caricata in macchina. Mi ha portata in giro nelle zone più malfamate della città e mi ha detto: Qui ci sarà qualcuno che ti stuprerà».
I maltrattamenti
I due genitori hanno 53 e 44 anni. E sono indagati per maltrattamenti. L’avviso di conclusione indagini della pm Delia Boschetto è appena arrivato. L’avvocata Beatrice Manera, che li difende ha ricevuto una risposta precisa: «Non abbiamo mai maltrattato nostro figlio». Figlio, e non figlia. Secondo il capo d’imputazione «un concorso tra loro, con condotta abituale consistita in violenze fisiche e psicologiche, maltrattavano la figlia convivente determinando in lei uno stato di umiliazione psico fisica e di timore per la propria incolumità fisica. In particolare, non accettavano il suo orientamento sessuale e la sua volontà di intraprendere il percorso di cambiamento di identità di genere, vessandola e discriminandola fin da quando aveva 13 anni, tanto da indurla, nel mese di aprile del 2025 ad allontanarsi da casa».
La notte del giro
Dalla notte del giro forzato in auto, racconta lei, «mi hanno sempre controllata. Mia madre di notte entrava in camera mia di nascosto e mi prendeva il telefono. Spiava cosa scrivevo. Le chat. I video. I social». Con la pandemia è divnetato tutto più complicato: «Un giorno eravamo tutti in giardino, io e i miei fratelli, mia madre e mio padre. Lui mi disse: togliti la maglietta così prendi il sole. Io risposi di no. Aveva capito che non mi sarei mai spogliata. Con il manico di una scopa mi ha colpita sulla schiena fino a farmi venire il sangue sulle ferite. Mentre mi picchiava diceva una frase che mi ha ripetuto molte altre volte: Tu sei la disgrazia della nostra famiglia».
La transizione
A quel punto ha cercato di reagire: «Cercavo sul web come funziona la transizione uomo donna. A come fare per andare via da casa. La pressione e i maltrattamenti erano diventati insostenibili. Resistevo solo per i miei fratelli. Non volevo lasciarli. Ho capito che la prima cosa da fare era cercare supporto. Così ho chiesto un colloquio con lo psicologo della scuola». Lui l’ha messa in contatto con una terapeuta, «che a sua volta mi ha mandata all’associazione Quore. Mi hanno accolta e ospitata in una struttura. Mi hanno dato supporto psicologico. Vivo con loro da quattro mesi e mi sento rigenerata».
La madre
Ma i suoi «non hanno accettato nemmeno questa mia scelta. Quando mia madre mi ha scoperta con le valigie in mano ha cercato di fermarmi. L’ho vista molto provata. Non la vedo da mesi. Ogni tanto mi scrive come sto, dove sono. Ha provato a entrare nel mio rifugio. Ho chiamato la polizia. Avevo paura di essere aggredita. Mi ha minacciata, con mio padre, di togliermi la residenza anagrafica così avrei perso l’assistenza sanitaria. L’ultima violenza è stata chiedermi di firmare un atto in cui io rinuncio a subentrare ai miei genitori nella tutela dei miei fratelli nel caso in cui muoiano». Lei non l’ha firmato.
