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Il bluff del ritorno al carbone: perché il piano del governo per allungare la vita alle centrali non farà abbassare il prezzo dell’energia

03 Aprile 2026 - 07:23 Gianluca Brambilla
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L'esecutivo potrebbe riaprire gli impianti di Brindisi e Civitavechia, qualora il prezzo del gas continuasse a salire. Ma il phase-out del carbone è quasi completato. E già oggi mantenere in standby le centrali costa 80 milioni all'anno

«Dobbiamo avere ben chiaro che tutte le fonti di energia, almeno nell’immediato, debbono essere utilizzate e utilizzate al meglio». È con queste parole che Tommaso Foti, ministro agli Affari europei, ha giustificato la decisione del governo Meloni di allungare la vita delle centrali a carbone in Italia. Nei giorni scorsi, il parlamento ha approvato un emendamento della Lega al decreto Bollette, che rinvia l’uscita dal carbone fino al 2038. La misura arriva proprio mentre la crisi in Medio Oriente ha riacceso il tema del caro energia, con le quotazioni del gas che sono salite ai livelli più alti dal 2022, anno dell’invasione russa in Ucraina.

Il rinvio dell’uscita dal carbone

Il carbone rappresenta la fonte energetica più inquinante e pericolosa per la salute umana fra tutti i combustibili fossili. È chiaro, dunque, che i piani dell’esecutivo non avrebbero alcun beneficio ambientale né tantomeno climatico. Anzi, farebbero inevitabilmente aumentare le emissioni di gas serra in atmosfera e rallentare la transizione verso le fonti di energia pulita. Il rinvio del phase-out del carbone, piuttosto, viene descritto come una soluzione in grado di garantire sicurezza energetica all’Italia e, chissà, forse anche abbassare le bollette. «Se il prezzo del gas supererà i 70 euro al megawattora produrre con il carbone sarebbe conveniente», ha osservato il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin. Eppure, anche tralasciando ogni considerazione ambientale, ci sono diversi indizi economici che sembrano suggerire il contrario.

ANSA/Giuseppe Lami | Il ministro dell’Ambiente, Gilberto Pichetto Fratin

Quante sono le centrali a carbone in Italia

Ad oggi, l’Italia dispone formalmente di quattro centrali a carbone per una potenza complessiva di circa 4,7 GW: due si trovano in Sardegna (Portovesme e Fiume Santo), le altre due sul continente (Brindisi e Civitavecchia). Sulla carta esistono ancora, nei fatti molto meno. Questo perché negli ultimi anni la produzione è crollata, con il carbone che nel 2025 ha coperto appena l’1,1% della produzione elettrica nazionale. La centrale di Brindisi è inattiva dal 2024, Civitavecchia non ha prodotto energia nel 2025. Le uniche a funzionare sono quelle sarde, che fino a pochi giorni fa avevano come data di scadenza il 2028. A inizio 2029, infatti, si prevede che sarà completato il Tyrrhenian Link, un doppio cavo sottomarino che collegherà finalmente la Sardegna alla rete elettrica nazionale. Ad oggi, gli impianti di Portovesme e Fiume Santo vengono mantenuti operativi non per ragioni di convenienza economica, ma per garantire la sicurezza del sistema, attraverso un meccanismo di reintegro dei costi.

I piani del governo e il confronto (che non regge) con i Paesi asiatici

L’Italia, insomma, è molto vicina a dire addio una volta per tutte al carbone. O forse, lo era. L’idea del governo, che ha iniziato a farsi strada già da qualche tempo, prevede di mantenere gli impianti in una sorta di standby prolungato, con la possibilità di riattivare anche quelli già dismessi, come Brindisi e Civitavecchia, in caso di emergenza. È una strategia che ricalca quanto sta accadendo in alcune economie asiatiche, dove il carbone viene temporaneamente rivalutato per ridurre la dipendenza dal gas. Ma il parallelismo regge fino a un certo punto, perché in alcuni Paesi del Sud-Est asiatico il carbone è ancora una componente centrale del mix energetico e rappresenta una leva immediata per contenere i rischi geopolitici. In Italia, invece, il phase-out è già sostanzialmente completato. E tornare indietro equivarrebbe a riattivare un sistema che è stato già in gran parte smontato.

Gli ostacoli alla riapertura delle centrali inattive

È proprio questo a rendere il piano del governo sul carbone poco sensato dal punto di vista economico. Le due centrali che potrebbero essere riaperte con un decreto sono quelle di Brindisi e Civitavecchia. Eppure, lo scorso dicembre, lo stesso Pichetto Fratin ammetteva che i due impianti «non appaiono economicamente operabili senza incorrere in perdite». Questo avviene per diversi motivi. Innanzitutto, il carbone è la fonte di energia con più emissioni, il che significa che ogni MWh prodotto
 è gravato dal costo delle quote Ets (il sistema europeo di scambio delle emissioni). In altre parole: produrre energia con il carbone costa più che farlo con le rinnovabili e con il gas, anche quando il prezzo di quest’ultimo sale. Il sistema elettrico italiano, inoltre, si è già assicurato una discreta sicurezza energetica attraverso il capacity market, ossia il meccanismo che remunera la disponibilità di capacità produttiva anche quando non viene utilizzata. In pratica, si pagano altri impianti – soprattutto a gas, il carbone è escluso da questo sistema – per garantire la stabilità della rete.

ANSA/Danilo Schiavella | Una protesta contro la centrale a carbone di Civitavecchia nel 2008

Le autorizzazioni ambientali scadute e i costi delle centrali tenute ferme

Tra luglio 2024 e luglio 2025, le centrali a carbone di Brindisi e Civitavecchia non hanno prodotto energia, ma il loro mantenimento in servizio è costato alle finanze pubbliche 78,3 milioni di euro. Una cifra che, secondo la Commissione europea, è difficilmente compatibile con le norme in materia di aiuti di Stato. Dal 1° gennaio di quest’anno, inoltre, i due impianti in Puglia e nel Lazio hanno perso l’autorizzazione ambientale a bruciare carbone. Questo significa che per riattivarle non basterebbe un semplice decreto del governo, ma sarebbe necessario richiedere una nuova Autorizzazione ambientale integrata (Aia), con un inevitabile allungamento dei tempi. È per tutti questi motivi che Enel, proprietaria delle due centrali, si sarebbe detta indisponibile a mantenerle in servizio senza un riconoscimento dei costi.

I veri obiettivi del governo: Ets e Green Deal

Ma se l’impatto economico è nullo (o addirittura negativo) e le conseguenze sull’ambiente inevitabili, perché il governo ha deciso di allungare la vita alle centrali a carbone? Secondo il think tank Ecco, si tratta di una scelta squisitamente politica. L’emendamento al decreto Bollette, approvato nei giorni scorsi, si inserisce in uno scontro più ampio con Bruxelles sulla politica energetica: sia per quanto riguarda la riforma dell’Ets sia, più in generale, tutto l’impianto del Green Deal. «Questa mossa rappresenta una reazione o una provocazione politica nei confronti di Bruxelles, legata al tentativo dell’Italia di sospendere il sistema europeo di scambio delle emissioni, che finora non ha trovato accoglimento da parte della Commissione e della maggioranza degli Stati membri», osserva Luca Bergamaschi, direttore esecutivo di Ecco. Insomma, il carbone sembra essere più un diversivo che una soluzione alla crisi energetica. E allo stato attuale, un diversivo anche piuttosto costoso.

Foto copertina: Dreamstime/Tomas1111

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