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Si inventa il diploma per lavorare a scuola, deve ridare solo metà stipendio: come ha truffato i presidi per anni

07 Aprile 2026 - 18:54 Giovanni Ruggiero
Aula scuola generico
Aula scuola generico
Il caso di una donna di 36 anni che ha potuto lavorare con continuità dal 2017 al 2022 nelle scuole di Brescia. La sentenza dopo che è crollata la sua bugia: come è stata stabilita la cifra del risarcimento

Il diploma indispensabile per poter lavorare nella scuola lo aveva autocertificato. E per qualche anno nessuno si è preoccupato di andare a controllare, finché per una 36enne la bugia è crollata con tanto di causa finita alla Corte dei conti della Lombardia. La donna è stata condannata a versare circa 31mila euro allo Stato per danno erariale. Come riportato dal Giornale di Brescia, la vicenda ruota attorno a un titolo di studio che la donna non aveva mai conseguito. Quel titolo però le serviva per iscriversi nella graduatoria del personale Ata, quelle dei collaboratori scolastici impiegati nelle segreterie. Oltre al risarcimento economico, la 36enne dovrà affrontare il procedimento penale ancora in corso per i reati di falso e truffa ai danni dello Stato.

Il diploma falso con cui la donna ha voluto strafare

Non solo la 36enne aveva dichiarato un diploma mai preso alle superiori, ma anche sul voto non si è contenuta: nell’autocertificazione ha infatti dichiarato il massimo dei voti, così da non lasciare nulla al caso nell’eventualità di dubbi da parte dei dirigenti scolastici. E così facendo, la 36enne era riuscita a farsi assegnare diversi incarichi a tempo determinato come collaboratrice scolastica in licei e istituti tecnici di Brescia, dove ha lavorato con continuità dal 2017 al 2022.

Quanto ha incassato con il diploma falso

Nel corso di quegli anni la 36enne ha incassato complessivamente più di 60mila euro di retribuzioni pubbliche. I controlli sulla veridicità dei titoli dichiarati hanno fatto partire sia l’azione della Procura contabile sia un procedimento penale per falso e truffa. La falsità del diploma, si legge nella sentenza, è stata ritenuta provata e non è stata contestata nemmeno dalla difesa della donna.

Perché il risarcimento è stato dimezzato

Nonostante la richiesta iniziale della Procura fosse di 47mila euro, i giudici hanno fissato il danno erariale al 50% degli stipendi percepiti, per un totale di 31.332 euro più interessi e spese di giudizio. La Corte ha motivato la riduzione sottolineando che «le mansioni di collaboratore scolastico sono di estrema semplicità» e non richiedono «competenze specialistiche elevate». Ha pesato anche il fatto che, in tutti gli anni di servizio, la donna non aveva mai ricevuto rilievi negativi o contestazioni sul proprio operato.