La crisi della plastica riciclata: costa più di quella importata dall’estero e i magazzini sono pieni. Raccolta differenziata a rischio stop

Separi bottiglie e imballaggi, li metti nel sacco della plastica e pensi di aver fatto la tua parte. Il problema, però, è che oggi quella plastica rischia di non avere più un posto dove andare. Non tanto perché gli italiani abbiano smesso di fare la raccolta differenziata. Anzi, nei primi sei mesi del 2026 il dato è cresciuto del 5% rispetto al primo semestre dell’anno precedente. Questo significa che la plastica continua ad arrivare ai centri di smistamento e agli impianti di trattamento. I veri problemi, semmai, arrivano dopo, quando quel materiale dovrebbe essere riciclato e comprato da qualcuno.
Il rischio stop della raccolta della plastica
È proprio qui che la filiera italiana del riciclo della plastica si è inceppata, dando il via a una crisi che rischia di allargarsi a macchia d’olio. In alcune città, la raccolta degli imballaggi è stata temporaneamente sospesa. Alla fine di luglio, per esempio, a Brindisi è stato imposto lo stop ai conferimenti con un’ordinanza comunale. Nel Lazio rischia di verificarsi la stessa situazione, con diversi Comuni che hanno avvertito i cittadini della possibilità di rallentamenti o sospensioni del servizio.
Il paradosso della plastica riciclata: costa di più di quella importata dall’estero
Il problema, come detto, non sta nella raccolta differenziata, su cui gli italiani continuano a essere tra i migliori in Europa e al mondo. Il punto è che quel materiale deve essere trasportato, separato per tipologia e infine trasformato in materia prima seconda, così da tornare sul mercato ed essere acquistato da un’azienda che lo utilizzerà per produrre nuovi oggetti o nuovi imballaggi. Peccato che di aziende disposte ad acquistare plastica riciclate ce ne sono sempre meno, principalmente per ragioni economiche. Il Pet importato dall’Asia o dall’Egitto costa circa 750 euro a tonnellata. Quello riciclato in Italia, invece, arriva a costare tra 1.200 e 1.300 euro. Insomma, per quanto possa sembrare un paradosso, per un’azienda può essere più conveniente comprare plastica nuova prodotta dall’altra parte del mondo che utilizzare quella raccolta e riciclata a pochi chilometri di distanza. Il problema, in realtà, non riguarda solo l’Italia, ma anche altri Paesi europei dove a pesare è soprattutto il costo dell’energia e del trasporto.
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Impianti in difficoltà e magazzini pieni
La conseguenza più diretta di questo divario di prezzo è un calo della domanda di plastica riciclata da parte delle aziende, che a sua volta costringe i circa 400 impianti presenti in Italia a rallentare. Nell’ultimo anno, la filiera ha perso circa 12mila tonnellate al mese di capacità di trattamento, tra stabilimenti fermi per incendi, ritardi autorizzativi e, soprattutto, mancanza di sbocchi commerciali. A questo punto, la situazione comincia ad avere effetti a catena, perché la plastica che non si riesce a vendere non scompare magicamente: viene pressata, impacchettata e accumulata nei magazzini.
Quando i magazzini sono pieni, i camion che raccolgono la plastica non sanno più dove scaricarla ed è proprio qui che alcuni Comuni hanno cominciato a ipotizzare rallentamenti o sospensioni del servizio di raccolta. Secondo le stime presentate da Anci e Utilitalia, le amministrazioni comunali spendono circa 600 milioni di euro all’anno per la raccolta della plastica, contando poi di recuperarne una parte proprio dalla vendita del materiale. Il mancato ritiro del materiale raccolto potrebbe comportare una perdita stimata tra i 350 e i 400 milioni di euro all’anno. E alla fine, per far quadrare i conti, i Comuni potrebbero decidere ad aumentare la Tari. «Potremmo essere costretti ad aumentare la tassa sui rifiuti», ha ammesso in un’intervista a Repubblica Gaetano Manfredi, sindaco di Napoli.
L’allarme delle regioni e il tavolo al ministero
In un documento del 10 settembre, la Conferenza delle Regioni ha tracciato la mappa della crisi e chiesto un intervento del governo. «I territori hanno già fatto la propria parte, spesso ricorrendo a provvedimenti straordinari per evitare l’interruzione della raccolta e tutelare la sicurezza degli impianti. Ma gli stoccaggi aggiuntivi possono soltanto rinviare il problema, non rimuoverne la causa», spiega l’assessora dell’Ambiente della Sardegna, Rosanna Laconi.
Nelle ultime settimane, il ministero dell’Ambiente ha convocato un tavolo dedicato alla crisi della plastica, raccogliendo i dati sulla situazione degli impianti ed elaborando una serie di interventi per scongiurare il blocco della raccolta. «In alcuni casi abbiamo dato l’ok alle Regioni per inviare la plastica agli inceneritori, in qualche caso anche ai cementifici, come al Nord. Di fronte a situazioni eccezionali daremo risposte pronte», ha assicurato il ministro Gilberto Pichetto Fratin in un’intervista a La Nuova Sardegna. Se la situazione non dovesse cambiare, ciò che oggi finisce correttamente nel sacco della raccolta differenziata potrebbe presto non avere più un posto dove essere portato, vanificando gli sforzi di chi tutti i giorni si impegna a smaltire nel modo più corretto i propri rifiuti.
Foto copertina: Dreamstime/Moreno Soppelsa

