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A pagare l’Irpef restano sempre i soliti, quegli otto milioni che versano il 65%: quanti sono i “contribuenti” italiani che non pagano un euro

24 Settembre 2026 - 13:50 Giovanni Ruggiero
Dichiarazione dei redditi
Dichiarazione dei redditi
È il ceto medio a garantire il maggior gettito, secondo l'Osservatorio di Itinerari previdenziali. L'idea del governo di ridurre di 10 punti l'aliquota per chi dichiara fino a 60mila euro
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Arriva l’ennesima conferma per i contribuenti del cosiddetto ceto medio: a tenere in piedi le casse dello Stato sono ancora loro, mentre quasi 9 milioni di contribuenti in realtà non lo sono visto che non versano nemmeno un euro di Irpef. I dati emergono dal nuovo report di Itinerari Previdenziali sulle dichiarazioni dei redditi 2024: su 58 milioni di abitanti, i dichiaranti sono 42,8 milioni e quelli che pagano davvero almeno un euro d’imposta si fermano a 34,1 milioni. Meno di due contribuenti su dieci pagano quasi due terzi dell’Iperf. Tra loro anche chi dichiara un reddito tra i 50mila e 60 mila euro, a cui il governo vorrebbe tagliare l’aliquota dal 43 al 33%.

Chi paga l’Irpef in Italia: i numeri del report

Nel 2024 gli italiani hanno dichiarato redditi per 1.076 miliardi, mentre il gettito di Irpef e addizionali, al netto del trattamento integrativo, ha raggiunto 216,2 miliardi. La distribuzione del carico è molto sbilanciata. Stando ai dati del report, nei primi tre scaglioni, cioè fino a 20 mila euro l’anno, si trova il 47% dei contribuenti, poco meno di 20,2 milioni di persone, che versano in media appena il 5% dell’Irpef complessiva.

Salendo, chi ha redditi da 35 mila euro in su rappresenta il 18,8% dei contribuenti, circa otto milioni di persone, ma copre il 65% dell’imposta, come ricostruisce la Repubblica. Se l’asticella si abbassa a 29 mila euro, il 30,2% dei contribuenti arriva a pagare il 78,7% del totale, mentre il 69,8% che sta sotto quella soglia si ferma al 21,3%, circa 46 miliardi. In cima alla piramide, i 745.615 contribuenti oltre i 100 mila euro, l’1,75% del totale, versano il 22,25% dell’Irpef, e chi dichiara almeno 200 mila euro, lo 0,3%, garantisce quasi il 10% del gettito.

Quanto paga di Irpef chi guadagna meno di 20 mila euro

Nelle fasce più basse l’imposta si assottiglia fino quasi a sparire. Fino a 7.500 euro di reddito l’Irpef media è di 19 euro l’anno, tra 7.500 e 15 mila euro sale a 204 euro e tra 15 e 20 mila tocca i 1.773 euro. Il rapporto mette queste cifre accanto al costo medio della sola sanità, pari a 2.347 euro per abitante. Il confronto più netto riguarda gli estremi: i 58.700 contribuenti sopra i 300 mila euro pagano 14 miliardi, il 6,5% del gettito, più dei 27,8 milioni di cittadini sotto i 20 mila euro, che insieme ne versano 10,8. Per Alberto Brambilla, presidente del Centro Studi e Ricerche Itinerari Previdenziali, l’Italia è il Paese della «tripla progressività»: con il reddito crescono l’imposta e l’aliquota, mentre detrazioni, bonus e agevolazioni si riducono fino a scomparire. Una progressività che definisce «quasi occulta».

Dipendenti, professionisti e partite Iva: chi ha il reddito più alto

Il rapporto confronta anche i redditi medi lordi di dipendenti iscritti all’Inps, professionisti iscritti alle Casse professionali e lavoratori autonomi con partita Iva. Come ricostruisce Valentina Iorio sul Corriere della Sera, gli sportivi professionisti dichiarano i redditi più alti (250 mila euro lordi all’anno). Seguono i sanitari con 94.000 euro e i giornalisti dipendenti con 70.219 euro. Alla base della classifica piloti e personali di bordo con 40.527 euro e i dipendenti statali con 35/38 mila euro.

Tra i liberi professionisti, guidano i notai con 164.758 euro annui. A seguire gli attuari con un reddito medio di 113 mila euro e i farmacisti con 112 mila euro. Solo il 10,23% dei lavoratori autonomi dichiarano ricavi fino a 30.000 euro. Poco più che la metà dei contribuenti con partita Iva (il 53,35%) risulta poco affidabile in materia fiscale, con un punteggio inferiore a 8 nella classifica Isa (Indici Sintetici di Affidabilità fiscale). I soggetti con i punteggi più alti, quindi più affidabili, lavorano nella ristorazione, nel commercio (tintorie e lavanderie e vendita al dettaglio di giocattoli e articoli sportivi) e nei servizi di pompe funebri.

Taglio Irpef al ceto medio: cosa ha detto il viceministro Leo

Alla presentazione del tredicesimo Osservatorio sulle entrate fiscali e sul finanziamento del welfare è intervenuto anche il viceministro dell’Economia Maurizio Leo, che ha rilanciato l’obiettivo di portare dal 43% al 33% l’aliquota per i redditi tra 50 e 60 mila euro. Oggi il 33% si applica tra 28 e 50 mila euro, e l’idea è di «abbracciare la fascia che va da 50 a 60 mila euro», compatibilmente però «con le risorse» e con la «condivisione da parte di tutti i componenti della nostra maggioranza». La Confederazione italiana dirigenti, Cida, legge i dati come «la grande asimmetria italiana». «Abbiamo universalizzato le prestazioni, ma non la responsabilità di finanziarle», sostiene il presidente Stefano Cuzzilla, «oggi meno del 19% dei contribuenti sostiene da solo quasi due terzi dell’intera Irpef».

Quanto costa il welfare e perché si chiede di rivedere l’Isee

Nel 2024 la sanità è costata 138,3 miliardi, l’assistenza sociale 180,5 e il welfare degli enti locali 13,5, per un totale di oltre 332 miliardi. Secondo il rapporto, per coprire queste tre voci sono servite in pratica tutte le imposte dirette, 325,3 miliardi, più almeno 7 miliardi di imposte indirette. Nel frattempo la spesa assistenziale è più che raddoppiata, passando da 73 miliardi nel 2008 a 180,5 nel 2024. «Non basta redistribuire di più: occorre redistribuire meglio», dice Cuzzilla, che propone «un nuovo patto tra fisco e welfare» basato su più lotta all’evasione, revisione dell’Isee, una banca dati unica dell’assistenza e un carico minore sui redditi dichiarati regolarmente. Nel 2025 oltre 10,3 milioni di nuclei familiari hanno presentato la Dsu per ottenere l’Isee: con una media di 2,9 componenti per famiglia, si parla di più di 29 milioni di persone coinvolte in bonus, trasferimenti e servizi legati all’indicatore. Per l’Osservatorio l’Isee è ormai uno strumento «di massa» che va ripensato a fondo, anche con un archivio unico per sapere «chi riceve cosa» e indirizzare gli aiuti a chi è davvero in difficoltà.