Francesca Mannocchi: «Israele può cambiare governo, ma non la sua idea di sicurezza» – L’analisi
Il 27 ottobre gli israeliani tornano alle urne per la prima volta dalla tragedia del 7 ottobre 2023. Votano dopo tre anni di guerra combattuta su più fronti – da Gaza al Libano, dalla Siria all’Iran – e dopo la fine anticipata di una coalizione che si è spezzata sulla leva degli ultraortodossi prima ancora che sulla gestione del conflitto. Per governare servono 61 seggi su 120, e a pochi giorni dal voto nessuno dei due schieramenti sembra in grado di raggiungerli. Benjamin Netanyahu chiede un nuovo mandato con gli stessi alleati che lo hanno sostenuto in questa legislatura: i partiti ultraortodossi Shas e United Torah Judaism e la destra religiosa e nazionalista di Bezalel Smotrich e Itamar Ben-Gvir. Contro di lui l’opposizione schiera figure che provengono in larga parte dalla stessa cultura politica e militare che pretendono di sostituire. Gadi Eisenkot, capo di stato maggiore dell’esercito tra il 2015 e il 2019 e ministro nel governo di emergenza nei mesi successivi al massacro, ha fondato Yashar sulla promessa di un’inchiesta indipendente sul 7 ottobre ed è diventato il candidato su cui converge il voto di chi vuole chiudere l’era Netanyahu. Naftali Bennett, primo ministro tra il 2021 e il 2022 alla guida di una coalizione che andava dalla destra religiosa a un partito arabo, ha unito ad aprile la propria lista a quella di Yair Lapid nel partito Beyachad, nel tentativo di ricomporre quell’esperienza. Accanto a loro corrono Yisrael Beytenu di Avigdor Lieberman e i Democratici di Yair Golan, nati dalla fusione tra laburisti e Meretz. I cittadini arabi votano per due liste, la Lista Comune e Ra’am di Mansour Abbas.
I sondaggi e le previsioni
I sondaggi descrivono una competizione che si deciderà su margini molto stretti. Yashar è stabilmente il primo partito, tra i 20 e i 26 seggi, e il Likud oscilla tra i 18 e i 20, lontano dai 32 conquistati nel 2022. Il calo del partito di Netanyahu è compensato in parte dalla tenuta dei suoi alleati, e nei sondaggi pubblicati in questo fine settimana da Channel 12, Channel 13, Kan e Maariv il blocco del primo ministro e i partiti ebraici di opposizione si fermano entrambi intorno ai 51 seggi, con le liste arabe vicine ai 14. Il risultato potrebbe dipendere dalle formazioni minori che oscillano intorno alla soglia di sbarramento del 3,25 per cento, come People of Israel dell’ex generale Ofer Winter, alleato di Netanyahu, e i Riservisti di Yoaz Hendel. Quando agli elettori si chiede di scegliere un primo ministro, Eisenkot supera Netanyahu di sette punti, 48 a 41 nel sondaggio di Maariv, e Bennett lo raggiunge al 43 per cento. Se i rapporti di forza resteranno questi, nessuno dei due blocchi potrà formare un governo e Netanyahu potrebbe restare alla guida di un esecutivo di transizione fino a un nuovo voto.
La dottrina Netanyahu
Per quasi vent’anni Netanyahu ha chiesto agli israeliani di credere che la sicurezza del Paese potesse essere garantita senza risolvere il conflitto con i palestinesi. Hamas sarebbe rimasto confinato a Gaza, la Cisgiordania sotto il controllo israeliano e i rapporti con il mondo arabo avrebbero continuato a svilupparsi seguendo una strada propria, separata dal destino dei palestinesi. A rendere possibile questa promessa dovevano essere la superiorità militare, l’intelligence e una rete di difese tecnologiche che avevano alimentato l’idea di poter governare il pericolo, fino quasi a renderlo prevedibile. Il 7 ottobre 2023 quell’idea è crollata, insieme alla fiducia di migliaia di famiglie nella capacità dello Stato di proteggerle. In questa campagna Netanyahu chiede di essere giudicato per i colpi inferti a Hamas, Hezbollah e Iran, presentando i risultati militari come la prova di aver rafforzato la sicurezza di Israele e ridotto la capacità dei suoi nemici di minacciarlo.
I suoi avversari politici chiedono invece che il giudizio su Netanyahu parta dalle responsabilità del 7 ottobre, dal fallimento di un sistema di sicurezza che avrebbe dovuto impedire l’attacco di Hamas e dagli allarmi che le autorità israeliane non hanno saputo interpretare. Lo scontro sulle responsabilità del massacro apre però una questione che va oltre il futuro politico del primo ministro: in questi tre anni è cambiato profondamente il modo in cui Israele concepisce la propria sicurezza, e questa trasformazione potrebbe sopravvivere anche a un’eventuale alternanza di governo.
Le responsabilità del 7 ottobre e la sicurezza
Tre anni dopo il massacro, Israele non ha ancora un’inchiesta ufficiale su quello che è accaduto il 7 ottobre. Le famiglie delle vittime chiedono da allora una commissione statale d’inchiesta, nominata dal presidente della Corte suprema e indipendente dal governo, e con loro la chiedono tre israeliani su quattro, compresa la metà di chi ha votato per la coalizione di Netanyahu. Il primo ministro ha proposto una commissione i cui membri sarebbero scelti dalla politica, e per molti israeliani questo significa lasciare che a giudicare il governo sia il governo stesso. Quella ferita si sovrappone a quella aperta prima della guerra, quando centinaia di migliaia di persone riempivano ogni sabato le strade di Tel Aviv contro la riforma della giustizia, e riguarda la stessa domanda: chi abbia il diritto di chiamare il potere a rispondere dei propri errori.
Il 7 ottobre ha cambiato anche il modo in cui Israele pensa la propria difesa. Dopo il massacro nei kibbutz e al festival Nova si è fatta strada la convinzione che aspettare i nemici dietro una barriera non basti più, e che vadano colpiti prima che possano organizzarsi, ovunque si trovino. Con questa convinzione l’esercito è entrato in Libano e nel sud della Siria, ha colpito Teheran e ha deciso di restare in una parte della Striscia, e oggi i soldati israeliani sono schierati oltre i tre confini senza che nessuno sappia dire quando torneranno a casa. Il prossimo governo erediterà una guerra senza una data di fine, e con essa il rischio che una presenza pensata come provvisoria diventi la normalità, lasciando irrisolte le ragioni politiche dei conflitti.
Su questa idea della sicurezza Netanyahu e i suoi sfidanti si somigliano più di quanto la campagna lasci intendere. Eisenkot e Bennett chiedono agli elettori di giudicare il primo ministro per il 7 ottobre e promettono di restituire credibilità alle istituzioni, e condividono con lui la convinzione che Israele debba poter agire militarmente anche oltre i propri confini. Un loro governo potrebbe allontanare dal potere Smotrich e Ben-Gvir, ridurre l’influenza dell’estrema destra sull’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e ricucire i rapporti con gli alleati, e lascerebbe con ogni probabilità intatta la linea sulla questione palestinese, perché entrambi considerano uno Stato palestinese una minaccia per Israele. La fine dell’era Netanyahu cambierebbe così la politica interna del Paese lasciando sostanzialmente immutato il modo in cui Israele governa la vita di milioni di palestinesi.
La violenza in Cisgiordania
In Cisgiordania la distanza tra Netanyahu e i suoi sfidanti si misura più che altrove, e gli ultimi giorni hanno mostrato con brutalità che cosa sia diventata la vita nei territori occupati durante questa legislatura. Venerdì 16 ottobre, ad Abu Falah, a nord-est di Ramallah, decine di coloni mascherati hanno attaccato i contadini palestinesi impegnati nella raccolta delle olive, hanno dato fuoco agli alberi e hanno picchiato Heidi Levine, fotografa americana di sessantaquattro anni che lavora per il Washington Post, colpendola a calci mentre era a terra con indosso il giubbotto con la scritta PRESS. Il giorno dopo, vicino a Taybeh, un gruppo di coloni ha circondato e preso a sassate le auto di una delegazione di diplomatici francesi, belgi e polacchi e aggredito Bernard Baudoux, sindaco della cittadina francese di Aulnoye-Aymeries. Secondo l’organizzazione israeliana per i diritti umani Yesh Din, dall’inizio della raccolta, il 27 settembre, gli attacchi dei coloni sono stati almeno 170.
Le risposte del governo raccontano come questa violenza venga trattata alla vigilia del voto. Dopo l’aggressione a Levine l’ufficio del primo ministro ha condannato la violenza «contro chiunque» e ha aggiunto che restavano «serie domande», citando resoconti secondo cui duecento «arabi e attivisti di estrema sinistra» si sarebbero scontrati con una quarantina di giovani israeliani. Dopo l’attacco ai diplomatici Netanyahu ha invitato alla prudenza, ha chiesto «prove convincenti» e ha evocato una «campagna coordinata per diffamare Israele» durante la raccolta delle olive, e il ministro degli Esteri Gideon Sa’ar si è rammaricato che la visita non fosse stata concordata in anticipo con l’esercito. Nelle ore successive nessun arresto è stato reso noto. In queste parole c’è la postura di un governo che deve una parte della propria maggioranza al voto dei coloni, che a pochi giorni dalle elezioni non può permettersi di perderlo e che sposta il peso della responsabilità sulle vittime, sui testimoni e sulla stampa. Eisenkot ha parlato di «terrorismo ebraico sotto gli auspici del governo d’Israele». E mentre l’ambasciatore americano in Israele ha parlato di «un atto di terrorismo spregevole compiuto da codardi mascherati», il segretario di Stato americano Marco Rubio ha detto di aver chiesto agli israeliani di reprimere questa violenza mentre il Belgio ha annunciato che continuerà a chiedere sanzioni europee contro i responsabili.
Il futuro dei territori occupati
L’indignazione dell’opposizione si ferma prima della questione dell’occupazione. Alcuni dei principali sfidanti di Netanyahu promettono di contrastare la violenza dei coloni e di riprendere la cooperazione con l’Autorità palestinese, e come ha osservato il Financial Times lo scorso 11 ottobre queste aperture convivono con un rifiuto netto della nascita di uno Stato palestinese. Un cambio di governo potrebbe ridurre il potere di Bezalel Smotrich, colono, ministro delle Finanze e a capo dell’amministrazione che dal 2023 gestisce gli insediamenti. In questi anni Smotrich ha favorito la legalizzazione di avamposti costruiti senza autorizzazione, e potrebbe frenare la violenza che ha accompagnato la sua stagione. Il futuro dei territori occupati e la fine dell’occupazione restano questioni sulle quali, anche tra gli avversari di Netanyahu, manca una visione comune.
A Gaza il prossimo governo erediterà una Striscia in gran parte ridotta in macerie e una tregua che dall’ottobre 2025 regge senza essersi mai trasformata in pace. Il piano americano affidato al Board of Peace prevede il disarmo di Hamas e il ritiro graduale dell’esercito israeliano, e ad agosto Netanyahu ha respinto il documento in quindici punti dichiarando che le truppe non lasceranno la Striscia finché Hamas non avrà consegnato tutte le armi. La ricostruzione resta così sospesa alla domanda su chi governerà Gaza, una domanda alla quale la superiorità militare che ha permesso a Israele di colpire duramente Hamas non sa rispondere. Senza un’autorità palestinese credibile, capace di amministrare la Striscia e di restituire ai suoi abitanti una vita civile, la presenza israeliana rischia di prolungarsi senza un termine e la devastazione di preparare il terreno per la prossima guerra.
La demografia di Israele
A votare il 27 ottobre sarà anche un Israele profondamente diverso da quello di vent’anni fa. Il cambiamento si legge anzitutto nella demografia, che sta modificando gli equilibri della società e, con essi, quelli della politica. Il Paese ha superato i dieci milioni di abitanti e la popolazione ultraortodossa continua a crescere a un ritmo molto superiore alla media nazionale. Secondo l’Israel Democracy Institute, nel 2025 gli haredim rappresentavano il 14,3 per cento degli israeliani e più della metà aveva meno di vent’anni. Una crescita che ha reso sempre più difficile rinviare una questione che la guerra ha riportato al centro del dibattito pubblico, quella cioè dell’esenzione dal servizio militare di molti giovani ultraortodossi. Per le famiglie che hanno visto figli e mariti richiamati più volte come riservisti, dopo anni di combattimenti, è diventato sempre più difficile accettare che il peso della guerra continui a ricadere soprattutto su una parte della popolazione. I partiti ultraortodossi difendono invece lo studio della Torah e l’autonomia delle scuole religiose, considerandoli essenziali alla sopravvivenza della propria comunità. Netanyahu ha governato a lungo grazie anche al loro sostegno, e il problema della leva racconta quanto il futuro politico di Israele dipenda da una trasformazione demografica che nei prossimi anni renderà queste comunità ancora più influenti.
Un’altra trasformazione, meno immediata di quelle prodotte dalla guerra ma altrettanto importante per il futuro di Israele, riguarda i cittadini palestinesi, che rappresentano circa un quinto della popolazione. Per molti di loro, il tema della sicurezza assume un significato diverso da quello che domina la campagna elettorale dei partiti ebraici. La difficoltà di ottenere protezione dalle istituzioni e le disuguaglianze nell’accesso alle risorse pubbliche sono problemi che segnano quotidianamente le loro vite e, dopo il 7 ottobre, la guerra a Gaza ha reso ancora più difficile il rapporto con uno Stato di cui sono cittadini e che combatte contro una popolazione alla quale molti sono legati da una storia e da relazioni familiari comuni. Non stupisce perciò che anche la loro rappresentanza politica sia diventata terreno di scontro. Il 23 settembre la Commissione elettorale centrale ha votato per escludere dalle elezioni Ra’am, il partito guidato da Mansour Abbas, e la Lista Comune, che riunisce altre formazioni arabe. Il 2 ottobre la Corte suprema ha annullato la decisione, consentendo a entrambe di partecipare al voto, ma la vicenda racconta una contraddizione che potrebbe pesare sulla formazione del prossimo governo. In una Knesset dove servono almeno 61 seggi per ottenere la maggioranza, i deputati arabi potrebbero avere un ruolo decisivo, eppure anche alcuni dei principali sfidanti di Netanyahu escludono di governare insieme a loro. È una delle contraddizioni più profonde della democrazia israeliana: i cittadini palestinesi contribuiscono alla vita e al funzionamento dello Stato, ne rispettano le leggi e ne subiscono le decisioni, ma quando si tratta di partecipare al potere politico, la loro cittadinanza sembra non bastare.
Il 27 ottobre gli israeliani sceglieranno chi dovrà governare il Paese dopo tre anni di guerra. Il risultato delle urne dirà molto sul futuro di Netanyahu, e forse meno sulla direzione che Israele intende prendere. La guerra ha rafforzato una concezione della sicurezza fondata sulla superiorità militare e sul controllo dei territori, ormai condivisa da gran parte della classe politica. È qui che si misurerà la portata di un’eventuale alternanza, nella possibilità di mettere in discussione l’idea che la sicurezza possa essere garantita attraverso un esercizio permanente della forza. Dopo tre anni di guerra, Israele si trova ancora davanti alla questione che per decenni ha cercato di rinviare: decidere quale futuro politico riconoscere a milioni di palestinesi sui quali continua a esercitare il proprio controllo. Una questione che può sopravvivere a Netanyahu, come è sopravvissuta ai governi che lo hanno preceduto.

