Chi è uno dei due uomini che accusano Mussari di aver ucciso David Rossi
Si chiama Saverio Giampà, ha 61 anni ed è nato a Catanzaro l’uomo che accusa il banchiere Vincenzo Mussari per la morte di David Rossi. Secondo la sua ricostruzione Mussari con Nicolino Grande Aracri e Ceccherelli avrebbe organizzato un’intimidazione nei confronti del capo ufficio stampa del Monte dei Paschi di Siena poi sfociata nella sua morte. Ma, avverte oggi Il Fatto Quotidiano in un articolo a firma di Marco Lillo, forse la commissione d’inchiesta non ha valutato il curriculum di Giampà.
Chi è l’uomo che accusa Mussari
Sull’uomo che accusa Mussari è utile infatti leggere una sentenza del tribunale di Bologna che risale all’aprile 2026. La sentenza lo condanna a sette anni in primo grado: avrebbe minacciato un benzinaio che non voleva dargli la gestione di un bar e avrebbe intestato fittiziamente gelaterie e ristoranti in Emilia ad altri per evitare i sequestri. Ma ci sono anche una serie di altre condanne. Un patteggiamento per associazione a delinquere finalizzata al traffico di stupefacenti nei primi anni ‘90, usura, lesioni personali ed estorsione. Era soprannominato Nerone «in ragione della sua propensione a compiere atti incendiari».
Pentito?
Nel 1996 diventa pentito, ma nel 1997 il programma di protezione gli viene revocato perché «in netto contrasto con le norme comportamentali». Intanto lui va a vivere a Firenze dove si occupa dell’Accademia del Biliardo e ha ottimi rapporti con la Polizia e ne vanta con i servizi segreti. Nel 1999 viene condannato di nuovo. Per calunnia e false dichiarazioni al pm. Era accusato di una rapina sfociata in omicidio. Ha accusato un cittadino albanese che sapeva essere innocente.
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La storia
«In quel caso era stato Giampà – che ‘stava per andare in carcere per espiare una lunga pena per pregressi reati’ – a ricontattare l’autorità giudiziaria», recita la sentenza. Poi «all’esito di accertamenti tecnici che smascherarono la sua costruzione – a quella condanna per calunnia pronunciata con una sentenza in cui si affermò che ‘il prevenuto si decise ad accusare falsamente l’albanese con il fine di accreditarsi nuovamente con i magistrati e poter usufruire ancora di programmi di protezioni’». I giudici di Firenze nella sentenza del 2026 chiudono: «Si tratta di acquisizione importante, perché, non sfuggirà, proietta una luce peculiare sugli impulsi che possano, nel tempo, aver mosso Giampà a proporsi come collaboratore dell’autorità giudiziaria».
La fine della storia
Secondo un articolo di Giacomo Amadori su Libero, dal carcere Giampà avrebbe scritto a Le Iene perché voleva raccontare la sua verità su Rossi e poi, dopo il rifiuto dell’autorizzazione da parte del DAP, la richiesta sarebbe finita alla Commissione d’inchiesta a guida FDI.

