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Cléa morta a 17 anni in campo dopo un colpo alla testa, la tragedia nel rugby e la battaglia per limitare i danni negli sport giovanili

22 Ottobre 2026 - 22:31 Giovanni Ruggiero
Cléa morta sul campo da rugby dopo un colpo di testa
In Italia è il Como l'unico club di Serie A a limitare il più possibile i colpi di testa fino agli under 13. La tragedia sul campo da rubgy in Francia, dove le compagne di squadra non hanno visto più tornare la giocatrice dopo il ricovero d'urgenza
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Un colpo alla testa durante una partita, la rianimazione in campo, la corsa in ospedale e poi l’arresto cardiaco. Cléa, 17 anni, giocava con l’Union du Bassin Marmandais ed è morta dopo lo scontro con l’Agen Agglo, in cui aveva perso i sensi. Come racconta Repubblica, i soccorsi l’avevano rianimata sul terreno di gioco prima di portarla d’urgenza all’ospedale Pellegrin di Bordeaux, dove è deceduta. La federazione francese ha parlato in una nota di una scomparsa che «sconvolge l’intera famiglia del rugby», promettendo che «sarà fatto tutto il possibile per comprendere le circostanze di questo incidente». È stato attivato anche un servizio di supporto psicologico «per assistere tutte le persone colpite da questa tragedia e accompagnarle in un momento così doloroso»: tra loro le compagne di squadra, che hanno visto l’amica svenire in campo, l’allenatore e i genitori.

I traumi alla testa negli sport di contatto: cosa sappiamo

Sempre secondo Repubblica, la morte di Cléa riaccende il confronto sulle dinamiche dell’impatto negli sport di contatto. Il rugby, si precisa, non è pericoloso di per sé, ma colpi particolarmente violenti al cervello possono arrivare in qualsiasi disciplina di questo tipo, tanto che in alcuni Paesi si valuta di vietare i colpi di testa nel calcio giovanile. Diversi studi hanno indagato il legame tra i traumi cranici e lo sviluppo, nel tempo, di malattie neurodegenerative. Uno di questi, condotto in Australia su 51 ex atleti di livelli diversi, dal dilettantismo al professionismo, ha collegato la comparsa di encefalopatie ai colpi subiti ed è considerato tra i più importanti sul tema. Il caso pionieristico resta quello del football americano: nel 2013 un gruppo di ex giocatori portò la Lega in tribunale per i danni cerebrali accumulati in carriera e tre anni dopo la Nfl riconobbe il nesso con le malattie neurodegenerative. Nel 2021 è toccato ai rugbisti, che hanno fatto causa alla Lega per negligenza, e oggi sono coinvolti in cause simili contro le federazioni oltre 400 ex giocatori.

Le regole del Como contro i colpi di testa nel settore giovanile

Nel calcio italiano un primo passo concreto è arrivato nei mesi scorsi dal Como, che nella propria Academy ha introdotto un regolamento per tutelare la salute cerebrale dei più giovani. In Serie A nessuno lo aveva fatto prima. All’estero esistono già approcci simili: a Santa Monica, vicino Los Angeles, nelle scuole calcio il colpo di testa è sanzionato come fallo, mentre in Germania è scoraggiato da anni. Fino ai 10 anni il gesto è vietato sia in allenamento sia in partita, con rimesse laterali giocate a terra con i piedi e calci d’angolo battuti come rimesse corte. Gli Under 11 potranno provarlo solo a fine stagione, con un pallone leggero di gomma. Dagli Under 12 il tetto è di una sessione al mese e cinque colpi per seduta, con il pallone leggero e il regolamento FIGC in gara. Gli Under 13 potranno allenarlo una volta a settimana, sempre con cinque colpi, ma non nelle partite ufficiali, dove le rimesse si faranno con le mani sotto l’altezza della testa. In ogni categoria sono vietate esercitazioni ripetitive non necessarie e palloni troppo gonfi. Raphaël Varane, membro del Board of Education di Como 1907, ha spiegato che per i giovani l’approccio migliore è fatto di «regole chiare, buona formazione, consapevolezza e di una cultura in cui il benessere e la sicurezza vengano prima di tutto», mentre Osian Roberts, Head of Development del club, parla di un cambio di cultura: «Vogliamo lavorare più tempo con il pallone, trasmettere maggiore capacità di osservazione del gioco, di problem solving e di prendere decisioni con calma».

Cosa dicono gli studi sui colpi di testa nel calcio

L’idea di vietare il colpo di testa ha ormai diversi anni e deve una forte spinta al brasiliano Socrates, laureato in Medicina e tesserato dalla Fiorentina nel 1984/85. Fu lui il primo a proporre di limitare i colpi di testa, tra le proteste degli ex colleghi. Nel 2020 la federazione scozzese ha vietato il gesto sotto i 12 anni, dopo uno studio dell’Università di Glasgow pubblicato sul New England Journal of Medicine: su 7.600 ex professionisti, confrontati con un gruppo di controllo di 23mila persone, era emersa una mortalità più alta per malattie neurodegenerative e un rischio maggiore di demenza e Alzheimer. In Italia Romano Franceschetti, responsabile di Medicina dello sport della Asl Roma 1, ha ricordato che i bambini «hanno un cranio più sottile e una muscolatura del collo più debole» rispetto agli adulti. Uno studio dell’Università di Tor Vergata, con sensori applicati sulla fronte di giovani calciatori, ha invece misurato che l’impatto dei palloni leggeri in gomma è fino a dieci volte inferiore a quello dei tradizionali palloni di cuoio, dato che sostiene la scelta del club lariano.