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Dalla paura dell’ex al tentato suicidio: perché Viktorija Timofeeva ha ucciso «la sua bambina» Alessandra Lucia

24 Ottobre 2026 - 16:09 Stefania Carboni
tortona
A far precipitare la situazione probabilmente l'ultima udienza sull'affido. Le accuse al padre, poi archiviate, l'arrivo nella co-house di Tortona e il biglietto in russo prima di agire
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«Non era una cattiva madre». Chi ha vissuto accanto a lei negli ultimi mesi descrive Viktorija Timofeeva come una donna riservata, gentile e profondamente legata alla figlia Alessandra Lucia, di appena tre anni. Eppure venerdì 23 ottobre, a Tortona, quel percorso di ricostruzione si è spezzato nel modo più drammatico: la trentenne, di nazionalità russa, è finita in manette con l’accusa di aver ucciso la bambina nella struttura di co-housing ricavata nella canonica di Santa Maria Canale, in via Baluardo, dove entrambe avevano trovato ospitalità.

«Le ho viste per l’ultima volta mercoledì all’ora di pranzo: erano sorridenti, splendide ed eleganti come sempre», ha riferito una vicina a La Stampa, ricordando l’affetto con cui la donna si prendeva cura di quella che chiamava semplicemente «la sua bimba».

Il movente: il terrore dell’ex e la decisione del giudice

Alla base dell’omicidio ci sarebbe la disperazione scaturita dall’udienza di giovedì per l’affidamento della minore. In quell’occasione il tribunale aveva stabilito che il padre potesse incontrare la figlia due volte a settimana, sia pure in un contesto protetto e sotto la supervisione dei servizi sociali. Una prospettiva che avrebbe gettato Viktorija nel panico. «Non è un buon padre», aveva ribadito davanti al giudice. Nel 2024 la donna lo aveva denunciato per violenza domestica (episodio liquidato dalla difesa dell’uomo come «un semplice spintone»), ma la vicenda giudiziaria non era mai approdata a dibattimento a seguito di una richiesta di archiviazione formulata dalla Procura.

Come era arrivata alla co-house

Arrivata in Italia dopo aver completato un buon percorso di studi e professionale in Russia, la trentenne aveva deciso di allontanarsi dall’uomo: prima il passaggio in una struttura protetta a Voghera, poi l’approdo al co-housing di Tortona come tassello verso la piena indipendenza. «La sua è la parabola di una donna che si è sentita del tutto sola e abbandonata: senza occupazione, senza parenti né figure di riferimento vicine», sottolinea il suo difensore.

Il tentato suicidio, il biglietto in russo e l’udienza di convalida

Secondo quanto ricostruito dal quotidiano torinese, dopo aver colpito a morte la piccola con un fendente, la donna avrebbe tentato a sua volta di togliersi la vita. È stata la stessa trentenne a comporre il 112 per allertare i soccorsi; all’arrivo nell’alloggio, gli operatori hanno rinvenuto anche un testo manoscritto in lingua russa, ora al vaglio degli inquirenti. Durante l’udienza di convalida davanti al giudice per le indagini preliminari Riccardo Ghio, che si è riservato sulla misura cautelare, la donna si è avvalsa della facoltà di non rispondere. L’avvocata Federica Tartara, del foro di Alessandria, ha dichiarato al quotidiano: «La signora non si trova nelle condizioni psicofisiche adatte per affrontare un interrogatorio. Valuteremo in un secondo momento se chiedere al pubblico ministero di essere ascoltata. È una tragedia scaturita da un isolamento profondo e da un senso di disperazione totale: la violenza diretta contro la figlia è stata rivolta quella stessa notte anche contro sé stessa. Viktorija inoltre non padroneggia la lingua italiana e ogni scambio, compresi i colloqui difensivi, necessita della mediazione di un interprete».